Cina

Francesca Rosati Freeman, Nu Guo o il Paese delle Donne

Nu Guo o il Paese delle Donne è abitato dai Moso, una società matriarcale di 40 000 persone stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, attorno al Lago Lugu, sulle pendici dell’Himalaya, a 2700 metri di altitudine.

Qui ho avuto modo di svolgere a più riprese, dal 2005 al 2012, un’indagine sul campo che mi ha fatto scoprire usanze e tradizioni, i cui risultati sono raccolti nel libro Benvenuti nel paese delle donne.

Si tratta di una società senza violenza, basata sul rispetto e sulla mutualità fra genere maschile e genere femminile e bastano solo alcune parole o espressioni della lingua moso per entrare subito in una visione del mondo diversa dalla nostra.

Il lago in lingua moso si chiama Shinami, cioé lago madre. Una parola che esprime un concetto ben preciso: la Natura è madre, viene percepita al femminile e identificata col principio della creazione. Un principio immanente alla natura, non trascendente ad essa. Tutta la natura è divina e la sua venerazione trova il suo culmine nel pellegrinaggio a Gammu, la montagna sacra, la grande dea creatrice e protettrice di tutti i Moso.

A Gammu, si riconosce la funzione partenogenica, la creazione dal nulla, e alla donna si riconosce la funzione della continuità della vita, una funzione creatrice che fa della sacralità, della natura e della donna, una sola entità.

Le donne hanno saputo trasformare un fatto naturale come la maternità in un modello culturale e spirituale.Tutta la società è organizzata intorno al legame materno come i valori di cura, l’individuazione dei bisogni, la condivisione, i rapporti di solidarietà dentro e fuori della famiglia.

L’aspetto spirituale è forse quello che, più di ogni altro, contribuisce a creare e mantenere l’armonia fra uomini e donne, adulti e bambini, giovani e anziani. E’ l’energia che connette tutti gli aspetti della comunità. I Moso praticano il buddhismo tibetano, ma di fatto non hanno mai rinunciato al loro sciamanesimo primitivo.

La venerazione che i Moso hanno per la natura e la loro spiritualità si riflettono in ogni piccolo gesto quotidiano: ogni giorno le donne più anziane percorrono avanti e indietro le strade dei villaggi girando i loro mulini di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura, girano anche attorno allo stupa (monumento funerario) più volte al giorno.

Vengono fatte offerte quotidiane agli antenati sull’altare di casa prima del pranzo o della cena. Il focolaio sempre acceso e posto davanti all’altare degli antenati è l’immagine vivente della loro vita spirituale, simbolo della purificazione.

L’aver partecipato a delle cerimonie e rituali mi hanno fatto capire come la relazione vita-morte sia vissuta al quotidiano e come la vita li riporta costantemente alla morte e la morte alla vita in un alternarsi continuo, in ogni casa si trova la camera dei misteri, il mistero della vita e il mistero della morte, qui le donne danno alla luce i loro bambini e i defunti vengono adagiati in attesa del funerale.

Amore e relazione di coppia

Babahuago, camera dei fiori: quale parola più poetica e creativa di questa avrebbe potuto meglio definire il luogo degli incontri amorosi di una coppia. È questo infatti il nome, in lingua moso, della camera dove la donna riceve il suo amante in piena libertà, ma con discrezione. La madre non vuole sapere chi nottetempo si reca nella camera della figlia come la figlia non vuole sapere chi viene a visitare la madre. Questa parola è il simbolo della libertà sessuale delle donne. Per noi sarebbe una conquista, per le donne moso è assolutamente naturale.

Un fattore che differenzia profondamente la comunità moso da molte altre è l’esclusione del matrimonio e della convivenza dallo stile di vita tradizionale. Anzi questi sono ritenuti un attacco alla famiglia stessa. Al matrimonio i Moso preferiscono lo Zou Hun ossia la modalità delle visite notturne.

La coppia non vive sotto lo stesso tetto, ma passa la notte insieme per separarsi all’alba e svolgere ciascuno il proprio lavoro. La coppia è semplicemente considerata troppo instabile per far coincidere amore, famiglia e coabitazione. Ciò non significa che i Moso rinuncino all’amore, alle relazioni sessuali e alla procreazione. Si tratta di relazioni senza compromessi che pongono i due partner su un piano egualitario, esse durano finché dura il sentimento d’amore o semplicemente la voglia di stare insieme.

Al compimento del tredicesimo anno d’età, una grande cerimonia segna il passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Questa cerimonia, per le ragazze, in lingua moso, viene chiamata Chai Zhie, mettere la gonna, mentre per i ragazzi viene chiamata Hli Zhie, mettere i pantaloni, infatti sia le ragazze che i ragazzi, in questa occasione, ricevono il costume tradizionale che indosseranno per le feste e le cerimonie, oltre che per le danze serali , ma la ragazza riceve anche la chiave della sua “camera dei fiori” dove, quando si sentirà pronta, riceverà la persona di suo piacimento.

La separazione della vita familiare e dei beni patrimoniali dalla vita amorosa, se da una parte rinforza e sostiene la stabilità della famiglia e ne consente la salvaguardia, dall’altra garantisce a tutti, uomini e donne, una grande libertà in fatto di sesso, offrendo la soluzione a due bisogni fondamentali della natura umana: il bisogno di libertà in amore e il bisogno di sicurezza e protezione. Il patriarcato non ha mai offerto una soluzione al primo bisogno, anzi, sostenuto dalle religioni, lo ha sempre represso, mentre la sicurezza e la protezione, che dovrebbero provenire dal nucleo familiare ristretto si riducono a controllo della donna da parte del marito o compagno. Questo tipo di struttura permette alle donne moso di avere il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e, poichè le coppie non vivono sotto lo stesso tetto, non si litiga mai per la precarietà della situazione economica familiare né per incompatibilità di carattere e tantomeno si entra in conflitto con i parenti del proprio partner.

Non si litiga nemmeno per l’educazione dei figli che appartengono alla madre e alla famiglia materna.

Oltre alla madre naturale, tutti i componenti della famiglia sono responsabili dell’educazione e del mantenimento dei bambini anche se non sono figli propri. Si può quindi affermare che il concetto di maternità e quello di paternità rivestono un significato diverso dalla genitorialità come la si intende nelle società patriarcali. La figura del padre in effetti è sostituita da quella dello zio materno.

Tutte le donne sono “madri” e tutti gli uomini sono “padri” nell’ambito della loro famiglia materna.

Sono le nonne a trasmettere ai più giovani le tradizioni e ad insegnare l’amore e il rispetto e l’educazione è gilanica, per usare il termine di Riane Eisler, cioé senza differenze di genere nei giochi e nelle attività.

Mancando matrimonio e convivenza non si danno casi di violenza coniugale e, in caso di separazione, non c’è nessun cambiamento di carattere materiale né per gli adulti né per i bambini. Non c’è alcuna riconoscenza giuridica per la paternità biologica per cui il padre non potrà mai pretendere l’affidamento dei figli, la madre non sarà sola a educarli, il suo status economico e sociale non cambierà e i bambini non si accorgeranno nemmeno della separazione, non cambieranno né casa né abitudini, ma continueranno a vivere in seno alla famiglia materna. La separazione della coppia non implica il disfacimento della famiglia. In tal modo si evitano, sia per i bambini che per gli adulti, quei turbamenti psicologici che, nelle nostre società, vengono provocati dalle separazioni e che richiedono anni di psicoterapia per essere sanati.

Psicologi e psicanalisti restano spiazzati di fronte a una società nella quale il complesso di Edipo o l’invidia del pene, non hanno nessun senso, anzi questi concetti perdono la loro universalità al punto che andrebbero riconsiderati: il bambino infatti non deve condividere con il padre l’attenzione della madre. In questo contesto familiare non esiste nemmeno il concetto di orfano: se il bambino dovesse perdere la madre, restano le sorelle e i fratelli della madre a svolgere l’importante ruolo educativo e affettivo che hanno anche in condizioni normali e quindi il piccolo non sarebbe costretto a cambiare né casa né abitudini. Grazie alla non riconoscenza giuridica della paternità, la cultura moso non contempla nemmeno il concetto di figlio illegittimo, eliminando alla fonte un problema che ha dilaniato, nella storia, tutte le altre società: quello della legittimità incerta della prole (mater semper certa est, pater numquam).

La libertà sessuale, che nelle società patriarcali è stata sempre considerata fonte di disordine e di sconvolgimento degli equilibri familiari e sociali, qui garantisce equilibrio e armonia per tutti i membri della comunità.

Come nell’ambito della famiglia estesa, anche nel campo delle relazioni amorose non esiste il concetto di proprietà privata. Tra i Moso nessuno pensa di appartenere alla persona di cui è innamorato e nessuno pensa di fare della persona amata la ragione della sua esistenza. Da qui un concetto di amore assolutamente disinteressato, non legato né alla classe sociale né alla situazione economica. Amore e sesso qui non vogliono dire possesso! “Ti amo, ma non sono tua/o” sembra essere il messaggio su cui si basa il sentimento amoroso. L’amore inteso in questo modo lascia anche poco spazio alla gelosia, considerato un sentimento distruttivo, fonte di conflitti e di violenza. Noi l’associamo erroneamente all’amore. I Moso arrivano a stigmatizzarla, la disprezzano e la condannano, irridendo chi si mostra geloso e accusandolo di contravvenire alle regole.

Tutti poi si guardano bene dal promettere fedeltà eterna, per cui un’infedeltà, anche se in un’unione stabile è considerata una trasgressione, viene tollerata. È piuttosto il ricorso alla violenza che fa perdere la faccia; ma se il proprio partner ha un incontro clandestino non è certo la fine del mondo.

Le figlie non escono e i loro compagni non entrano: un’espressione che esplicitamente e con molta chiarezza ci informa che le figlie non abbandonano mai la casa materna per andare a vivere in casa dell’uomo, come avviene nel resto della Cina, mentre gli innamorati delle figlie non faranno mai parte della famiglia: se si rispetta questa regola, la grande famiglia moso resterà unita. Inoltre per la continuazione e la sopravvivenza della famiglia è importante che ci sia almeno una figlia femmina. La nascita di una figlia femmina presso i Moso è una grande benedizione e non una disgrazia, al contrario di quanto avviene nel resto del paese e in molti altri paesi in cui la predilezione per i figli maschi è un fatto normale.

Gli uomini passano, la madre resta ripetono le madri alle figlie, anche con questa frase le madri moso esprimono chiaramente come il legame materno sia qualcosa di duraturo, mentre il legame amoroso può essere qualcosa di passeggero, aleatorio e per loro è chiaro che non si può costruire su un sentimento così fragile, per quanto intenso possa essere, un’istituzione come la famiglia che è supposta durare tutta la vita. L’educazione e la cultura vengono così trasmesse, oltre che con il modello, anche con parole ed espressioni dense di significato che si tramandano da madre in figlia e di generazione in generazione .

Per la società dei Moso mi permetto di usare la parola matriarcale e non le altre di uso più accademico come matrilineare, matrifocale, matrilocale, matristica, matricentrica, perchè, create per definire questo tipo di società, risultano riduttive. Ognuna di queste parole, infatti, corrisponde a un aspetto ben preciso di questa società e prese a solo non riescono a dare una visione d’insieme che ne comprenda tutti gli aspetti. Inoltre la parola matriarcato spesso viene confusa con il potere delle donne e viene paragonata al patriarcato facendole assumere, a torto, una connotazione negativa. Heide Göttner-Abendroth, fondatrice di Hagia, Accademia degli studi matriarcali moderni, associa questa parola all’origine della formazione delle prime società la cui organizzazione si svolgeva intorno al legame materno: mater + archeo sta per “all’inizio le madri” e non il dominio delle madri. Stando a questa definizione non si può considerare il matriarcato come l’opposto femminile del patriarcato.

Secondo il sociologo Pierre Bourdieu “usare una parola per un’altra è cambiare la visione del mondo sociale e contribuire a trasformarlo.

Quindi mi sembra importante liberare questa parola dalla sua connotazione negativa e usare la parola matriarcato appropriatamente per definire tutte quelle società egualitarie che hanno una struttura socio-familiare e politico-economica simile a quella dei Moso.

L'”universalità” di alcuni concetti a sostegno del patriarcato non regge il confronto con una cultura matriarcale

Concetto di famiglia e consanguineità

La società dei Moso ha tutto quel che serve per sfidare i pilastri dell’antropologia classica e per sfidare l’ambizione di universalità del patriarcato.

Se si prende in esame l’aspetto socio-familiare, è quello che più distingue la cultura moso, non solo rispetto alle culture occidentali, ma anche nel confronto con altre culture matriarcali. La famiglia che da molti antropologi di fama mondiale viene definita universale e che corrisponde al modello di famiglia nucleare androcratica, non corrisponde affatto al modello matriarcale dove la famiglia è matrilineare, cioé estesa a tutti i discendenti della linea materna.

Questi sono i soli ad essere considerati consanguinei, e nessun membro esterno ad essa ne fa parte, nemmeno il padre naturale, per cui anche il concetto di consanguineità assume, in tale contesto, un valore sociale piuttosto che biologico. Inoltre, avendo il padre naturale un ruolo marginale e periferico, non esiste in lingua moso una parola per indicarlo, i Moso usano per lui la stessa parola che per lo zio materno, awu.

Quella dei Moso è una società in cui la parola potere si potrebbe definire come potenza femminile e materna e mentre nella società occidentale la parola potere viene associata ad abusi, discriminazione e corruzione, nella società moso questa assume il significato di condivisione che unita allo sforzo di raggiungere un consenso decisionale ampiamente condiviso, fa della comunità moso una società con un senso del rispetto e dell’uguaglianza assai profondo.

La dabu, il suo ruolo-guida e la pratica del consenso

Il potere nel suo significato di potenza femminile è affidato alla dabu che, con le sue doti di donna abile e saggia, guida la sua numerosa famiglia che può contenere fino a quattro generazioni. Trasmette il nome e i beni e gestisce l’economia familiare. Tradurre la parola dabu con capo-famiglia, significa associarla inevitabilmente alla figura del padre di famiglia, figura che nella famiglia moso non esiste. Parlare di ruolo femminile e di ruolo maschile significherebbe operare una divisione dei ruoli di genere tipica delle società occidentali e patriarcali.

 

Benchè alcune delle attività svolte dagli uomini e dalle donne siano differenti, non esiste assolutamente l’idea che queste siano inevitabilmente associate a un sesso in opposizione all’altro, non esiste un’attività considerata inferiore o superiore ad un’altra. Quella dei Moso è una struttura sociale fondata sull’eguaglianza complementare e non sulla gerarchia, per cui pur riconoscendo la diversità biologica, i due generi rimangono in perfetto equilibrio.

 

 

In famiglia tutte le decisioni vengono prese applicando la pratica del consenso. Le innumerevoli discussioni, cui partecipano tutti i membri adulti della famiglia terminano solo quando si arriva a un accordo. La dabu, considerata la persona più saggia, guida la discussione per raggiungere l’accordo, i suoi consigli e suggerimenti sono tenuti in grande considerazione.

I beni sono indivisibili e restano in famiglia. L’indivisibilità del patrimonio familiare fa sì che un membro di essa non possa arricchirsi a discapito di un altro; tutti lavorano insieme per contribuire alla prosperità della famiglia, aiutandosi a vicenda e instaurando rapporti di solidarietà. Non esiste il mio o il tuo, esiste il nostro.

Il concetto di solidarietà, su cui si fondano le relazioni familiari, è alla base anche della struttura economica tradizionale delle comunità Moso: un’economia del dono, un tipo di economia che è esistito ed esiste da millenni nelle società matriarcali, in cui il soddisfacimento dei bisogni non passa attraverso l’appropriazione privata né attraverso il profitto, non genera contrapposizione e divisione coatta del lavoro tra uomini e donne, né divisioni della popolazione in ricchi e poveri. Anche in questo campo quindi si riflette il principio etico della logica materna, che viene applicato in ogni sfera della società.

Conclusione

Per concludere quella dei Moso è una società egualitaria che ha dato vita a valori che ancora oggi garantiscono una vita armoniosa e pacifica. Una società nella quale domina una visione serena dell’amore e del piacere sessuale, dove le donne sono il fulcro della vita familiare e sociale, condividendo con l’altro sesso gli incarichi di responsabilità.

Ciò non significa che la società dei Moso sia immune da ogni genere di problema, ma è senz’altro opportuno riflettere sugli aspetti della sua singolare organizzazione che consentono una vita certo più armoniosa di quella che le nostre società riescono a offire. Si tratta di un altro modo di concepire la vita, la famiglia, il rapporto uomo-donna. È solo una visione del mondo diversa dalla nostra. Un mondo in cui maschile e femminile non sono contrapposti, ma si completano e si rafforzano a vicenda.

Qui le donne non vengono violentate o uccise, i bambini non vengono maltrattati o abusati e le persone anziane non vengono abbandonate a se stesse.

 

 

La società matriarcale moso rischia però di scomparire

La sopravvivenza di questa società è oggi messa in pericolo dall’influenza esterna dell’attuale modello culturale di tipo androcratico dominante e da un modello economico basato sull’economia di mercato.

Lo sviluppo economico dovuto in massima parte all’afflusso dei turisti, se da una parte sta migliorando le condizioni di vita degli abitanti di questi villaggi, dall’altra sta facendo sì che il modello economico tradizionale basato sulla solidarietà venga sempre più soppiantato dalla competitività.

Ogni giorno migliaia di turisti invadono i due villaggi di Luoshui e di Lige dove investitori pechinesi e taiwanesi hanno già cominciato a costruire hotel di lusso con vista sul lago.

Un’autostrada che collega l’aeroporto di Lijiang al lago Lugu è stata appena costruita e esiste un progetto per la costruzione di un aeroporto per facilitare l’accesso dei turisti. Ma il turismo genera pure inquinamento e i Moso non sanno ancora come gestirlo.

Bisogna considerare anche che il tasso di crescita demografica qui è molto più basso che nel resto della Cina.

Se a questi fattori aggiungiamo pure l’influenza della televisione e dei programmi scolastici cinesi, possiamo immaginare l’inizio della fine.

Ma la società moso è una società ancestrale, che esiste da almeno duemila anni, una società che ha manifestato una tenacia e una resistenza in tutte le situazioni storiche che si sono presentate, e ha resistito a tutte le pressioni del governo cinese, che ha sempre considerato lo stile di vita moso come improntato al libertinaggio e alla promiscuità, e ha cercato in tutti i modi di imporre il modello patriarcale dominante. Resisteranno i Moso anche alle nuove influenze negative esterne, fino a poco tempo fa estranee alla loro cultura? È da seguire…

Conferenza Internazionale “The creative word”, Lecce,  17 Maggio 2013

Qui il testo originale di Francesca Rosati Freeman

Qui un documentario dell’autrice, in due parti:

 

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