autonomia operaia

NOSKISMO

Appunti per il convegno contro la repressione, 40 anni dopo

“Essi galleggiano sul fondo di quello stagno avvizzito, fatto di inerti rottami ideologici, di residuati culturali anteguerra e di moderne tecniche del consenso e della repressione, che è il bagaglio teorico dei dirigenti del PCI.”
“Rosso” n.10-11 (speciale contro il riformismo) giugno 1976
Qui l’intera rivista
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1.
Bertolt Brecht, L’Abicì della guerra (1938-1945)
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Postilla editoriale:
Noske Gustav: ministro socialdemocratico delle forze armate durante la Repubblica di Weimar, stroncò la rivoluzione tedesca. La sua “Brigata di ferro” e i suoi “Corpi franchi” -specie di bande controrivoluzionarie di lanzichenecchi- agirono nel modo più atroce contro il proletariato che lottava per i propri diritti. In una riunione del governo scialdemocratico con certi ufficiali, -nel gennaio 1919, durante la quale Noske chiedeva misure energiche, gli fu gridato che agisse lui stesso per risolvere la faccenda (la controrivoluzione). Noske rispose: “D’accordo. Qualcuno deve pur essere il cane sanguinario”. Lo fu davvero. Il nome che si era dato gli rimase. All’avvento di Hitler, Noske ebbe una cospicua pensione e fu messo a riposo “con onore”. (ivi, p.146)



2. Socialdemocrazia repressiva
schmitt

“Nel 1974 Helmut Schmidt subentrò nella carica di Cancelliere a Willy Brandt, appena fatto fuori da uno scandalo evidentemente confezionato dai servizi segreti ed artificiosamente enfatizzato dai media: uno dei principali collaboratori di Brandt sarebbe stato una spia della Germania Est. In pochi anni Schmidt riconvertì tutta la politica economica tedesca e, indirettamente, quella europea, in senso fondomonetaristico, con privatizzazioni, tagli allo Stato sociale, compressione salariale, disoccupazione. Il sedicente “riformista” divenne così il portabandiera dei “sacrifici”, cioè dei tagli al welfare dei poveri per alimentare il welfare a favore dei ricchi. (…)
Un dettaglio imbarazzante della sua carriera, dato tra il 1976 ed il 1977, proprio sotto il suo cancellierato, vennero “suicidati” in carcere quattro membri della RAF. La ridicola versione ufficiale su quelle morti venne avallata pienamente dal Partito Comunista Italiano, che, per bocca dell’ex partigiano Antonello Trombadori, si incaricò persino di redarguire tutti coloro che esprimevano dei dubbi. Immaginiamoci cosa sarebbe accaduto se a “suicidarsi” fosse stato qualche esponente del dissenso sovietico: un’ondata di indignazione a livello mondiale avrebbe travolto l’URSS, ed il PCI si sarebbe ovviamente accodato al coro degli indignati.
Nei confroni della RAF, Schmidt attuò una tipica operazione “noskista”, dal nome di Gustav Noske, il socialdemocratico che fu ministro della Difesa in Germania dal 1919 al 1920. I “riformisti” della socialdemocrazia tedesca nel 1919 si schierarono con la controrivoluzione in nome della difesa della legalità repubblicana, ma poi quegli stessi riformisti promossero ed appoggiarono l’illegalità ogni volta che serviva la causa della controrivoluzione. Noske infatti fu direttamente coinvolto nell’assassinio di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, i massimi dirigenti del movimento spartachista, e lo stesso Noske si rese inoltre responsabile anche di aver consentito che alla repressione militare si affiancasse lo squadrismo di formazioni paramilitari irregolari; ciò con due anni di anticipo rispetto a quanto sarebbe avvenuto in Italia.
Il noskismo costituì l’elemento di divisione del socialismo mondiale. I comunisti infatti si separarono dalle socialdemocrazie non in conseguenza della rivoluzione russa del 1917, come comunemente si dice, bensì a causa del tentativo di rivoluzione in Germania nel 1919 e della complicità del “riformismo” con la reazione; un “riformismo” non a caso bollato come “socialfascismo”.”
Da C.O.M.I.D.A.D. del 24/12/2015

Qui l’intero articolo:
http://www.comidad.org/dblog/articolo.asp?articolo=703



3. Nella città più libera del mondo

bandiere

Ristabilire il profitto intaccato dalle lotte proletarie di questi ultimi anni è l’obbiettivo primario dei padroni nazionali e multinazionali, QUESTO SIGNIFICA CHE GLI OPERAI DEVONO LAVORARE DI PIU’ GUADAGNANDO MENO, che disoccupazione, lavoro nero e marginale devono espandersi. Ma per poter garantire questo progetto è necessario mettere in discussione le forme di lotta, i rapporti di forza, le conquiste ottenute dal ‘69 ad oggi, PERCHE’ PIU’ LIBERTA’ PER I PROLETARI SIGNIFICA MENO PROFITTO PER I PADRONI.
Due sono gli strumenti necessari al capitale per sconfiggere la resistenza proletaria:
1. Un’organizzazione del consenso attorno alle “compatibilità con la crisi”, al fatto che TUTTI dobbiamo fare i sacrifici, come se non esistessero più sfruttati e sfruttatori.
2. Un rafforzamento (riforma) di tutte le organizzazioni repressive dello Stato, vedi Polizia, Magistratura, Forze Armate (la Germania insegna) per tutti coloro che si ribellano a questa miseria di vita, che non accettano la “politica dei sacrifici”.
Chi oggi si rende garante dell’accettazione passiva da parte proletaria di questa “normalizzazione” è il P.C.I. che, assieme al Sindacato, è impegnato nel far accettare ormai senza alcun pudore ai lavoratori, ai giovani, alle donne, ai disoccupati sacrifici
contro promesse, “stangate” contro parole. Nell’immediato non pretende più le riforme, il miglioramento dei servizi sociali e delle condizioni dei lavoratori; dall’utopia riformista è passato direttamente alla funzione di poliziotto sulle lotte.
Questo passaggio lo possiamo verificare e toccare con mano qui, a Bologna, dove il progetto di realizzazione di uno stato di socialdemocrazia repressiva si articola alla perfezione:
(…)
Anche noi siamo convinti che sia normale che le stesse legalità borghesi vengano calpestate da coloro che le hanno prodotte, quando non servono più a controllare le lotte, che sia normale l’attacco al salarlo operaio, all’occupazione, ai servizi sociali,
alle conquiste ottenuto con le lotte, perché chiunque non accetta quanta miseria di vita e si pone in modo antagonista al progetto antiproletario di ristrutturazione e di riconversione produttiva si mette dirottamente fuori dalla normalità dei padroni.
per questo rispondiamo a chi vuole costringerci a fare sacrifici per ristabilire la normalità del profitto e della produzione affermando la nostra estraneità alle leggi dell’economia e del valore.”
Da un volantino del Movimento del ’77 bolognese

4. Il nemico marcia alla tua testa

convegno

Nel momento in cui il regime di fabbrica si socializza all’intera società, e contemporaneamente si vanifica ogni tentativo di accerchiamento capitalistico della fabbrica, è sull’asse del rifiuto del lavoro, e del rifiuto dello Stato capitalista che il lavoro perpetua, che si dà la ricomposizione operaia e proletaria. Senza di questa il movimento di quest’anno è destinato alla sconfitta o nella migliore delle ipotesi a una faticosa resistenza. È naturale che il Pci, il sindacato, e con essi lo Stato e il capitale siano nemici mortali di questo passaggio. Ed è per questo che la linea del partito va battuta, la sua mediazione vanificata, in modo che tutta la capacità creativa della lotta operaia riprenda, liberata interamente dalla coercizione della illusione di un qualche epilogo democratico e costituzionale di questi anni di lotta. È in questo senso che il Pci è il nemico principale dell’autonomia di classe. Non perché non sappiamo vedere la differenza tra tecnocrazia democristiana, ceto capitalistico di comando, apparato statale e Pci, ma perché, se le articolazioni statali si presentano ormai alla coscienza di milioni di operai e di proletari esterni e nemici a ogni interesse di classe, il Pci al contrario, per la sua storia e per la storia della lotta di classe, si presenta ancora maggioritario in termini organizzativi, ben al di là dell’adesione elettorale, in vasti settori della classe operaia e del lavoro dipendente. È dunque nella lotta politica che il Pci è il nemico principale: sappiamo bene che quello che regge questa società non sono i servizi d’ordine del partito, ma la potenza della sua mediazione rispetto alle istituzioni, allo Stato, e in ultima istanza all’accumulazione capitalistica.
da «Rosso» settembre 1977

5. Cuggini
cuggini
Mi hanno insegnato, a 22 anni, che questi confini (quelli tra magistratura, informazione e politica, ndr) non esistono. L’episodio si svolge in via Beato Pellegrino a Padova (allora quartier generale del Pci e oggi del Pd, ndr), alla vigilia del processo del 7 aprile. Io ero segretario della Fgci e il pm che istruiva quel processo – rivela Contarello, riferendosi chiaramente a Calogero – trascorreva parecchio tempo nei locali della Federazione. Un giorno, essendo io nel processo chiamato a testimoniare contro Autonomia Operaia, vengo convocato nell’ufficio dell’allora segretario del partito, dove trovo appunto il pm. E, senza alcun preambolo né imbarazzo, mettiamo a punto un brogliaccio, che avrei dovuto imparare a memoria e che mi doveva servire per sostenere l’interrogatorio. (…) Ora capisco, ora so di essere stato allevato dal mio partito in un’opaca e orripilante commistione tra Stato e partiti. Un pm non istruisce un ragazzo di 22 anni in un ufficio di un partito su come è più efficace esporre una deposizione. Si dice, ed è vero, che il Pci fu scuola di vita e che insegnò a generazioni cose meravigliose. Ma sarebbe il caso che altri ammettessero che la sinistra italiana non è realmente garantista. Perché io e molti altri, di quella generazione, imparammo che i giudici passeggiano negli uffici di un partito.
Umberto Contarello, 16/05/2017

Qui una ricostruzione della vicenda


6. Isolare i violanti
violante

Dalla metà degli anni Settanta si afferma l’idea di una magistratura di scopo che si prefigge un obiettivo e s’impegna per realizzarlo. Così facendo colma il vuoto della politica che abdica al proprio ruolo e delega ai magistrati funzioni che in uno stato democratico non ricadono sotto la competenza di questi ultimi.
Luciano Violante, in una intervista del 9/2/’17

Qui il testo integrale dell’intervista



7. Un eroe del nostro tempo

caselli
Insomma, a 46 anni dall’inizio di carriera, quando iniziò contro il combattente della resistenza Lazagna nella convinzione che simili azioni avrebbero condotto l’Italia, grazie a gente come lui e a Violante, a un futuro di “giustizia”, Caselli ha ammesso nei fatti, a margine della sentenza Minotauro, che gli affari loschi, in valle come nel resto del Piemonte, si continueranno a fare; ma a patto che si sia imprenditori, speculatori e devastatori, e non infermiere, valligiani, sovversivi. Così, lui che aveva iniziato la sua carriera con l’arresto di un partigiano, l’ha conclusa in coppia con Angelino Alfano. Se le immagini-ricordo di Caselli in Sicilia, infatti, lo ritraggono a pranzo con le star della “Trattativa Stato-Mafia” e del depistaggio sulla morte di Peppino Impastato, o con il torturatore, depistatore e futuro macellaio della scuola Diaz, l’impareggiabile agente Catullo, l’immagine chiave di Caselli a Torino è quella del maggio 2013, al fianco del guardasigilli del Cavaliere, autore delle leggi ad personam di Berlusconi, prossimo asse portante del Nuovo Centrodestra, mentre chiede, in coro con il pupillo di Arcore, nuove e più dure misure contro i No Tav.
Se, alla fine della sua vita, il suo amico Carlo Alberto Dalla Chiesa aveva dichiarato in Sicilia che, dopo tutti gli ammazzamenti di detenuti e sovversivi in cui si era prodigato, lo stato lo aveva lasciato solo, il destino di Caselli è stato l’opposto: trovarsi, alla fine come all’inizio, circondato da un po’ troppa merda.”
Da “La notte del procuratore – Piccola controbiografia di Giancarlo Caselli” (2014)

Qui le quattro puntate dell’inchiesta:
1. Gli inizi di carriera
2. La costituzione non si realizza
3. Il ritorno a Torino
4. Logoramento e sconfitta di un magistrato



8. Non possiamo lasciare il fascismo ai fascisti

minniti
Di fronte ad una crisi che non accenna a demordere, che polarizza sempre di più le ricchezze e che fa sì che otto uomini possiedano la stessa ricchezza di metà della popolazione mondiale, come ci ricorda il nuovo rapporto Oxfam, le scelte sono due: o ridistribuire le ricchezze verso chi sta in basso o reprimere. Ed è questa la funzione dei decreti Minniti nel particolare contesto del capitalismo italiano, in fase di ristrutturazione secondo il disciplinamento della crisi ordito in sinergia con Bruxelles e Francoforte, decreti che investono quindi ambiti molto più ampi delle relativamente poche norme di cui sono costituiti.
Da una parte infatti si allontanano gli emarginati dal centro delle città, si reprimono i militanti e gli attivisti politici e sociali, creando il contorno legislativo per un clima di repressione che possa arrivare a coprire qualsiasi tipo di istanza sociale. Dall’altra vengono gestite “in via emergenziale” le massicce ondate migratorie degli ultimi anni, indebolendo la posizione giuridica di chi ha, o deve ottenere, un permesso di soggiorno e regolamentando le procedure in termini di “efficienza” e “sicurezza nazionale”, puntando allo stesso tempo sullo sveltimento delle pratiche di espulsione dei migranti irregolari.”
Da Noi Restiamo, Breve guida al’Pacchetto Minniti (2017)

Qui l’intero opuscolo:
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Oppure qui


Qui il video dell’intervento:

 

 

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Rosso, Le giornate di Aprile ’75

“Le masse, le nuove generazioni hanno dimostrato di saper vedere dov’è il fascismo: non certo solo laddove vogliono mostrarcelo, ma soprattutto altrove, nella polizia in tutte le strutture dei corpi separati dello Stato, nel riformismo, nel terrorismo della socialdemocrazia e delle multinazionali. E’ questo che nelle giornate di aprile è stata attaccato, è l’ordine istituzionale che è stato denunciato, è l’orizzonte politico della socialdemocrazia e del riformismo che è stato incrinato.”

da Le giornate d’aprile, in “Rosso contro la repressione”, n.15, marzo-aprile 1975

Qui la rivista in pdf:
Rosso – contro la repressione

Oppure qui:
https://www.autistici.org/…/Giornale%20dentro%20il%2…/15.pdf

“Pagherete caro Pagherete tutto” Collettivo Cinema Militante 1975documentario prodotto dal collettivo del cinema militante durante le giornate dell’aprile 1975 a Milano prima, durante e dopo gli assassinii di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi.
46 minuti di filmati sugli avvenimenti, le manifestazioni, gli scontri e le interviste
Pagherete caro, pagherete tutto