5. video

Fascism Inc.

Fascism INC è un documentario prodotto dal team che ha realizzato “Debtocracy” e “Catastroika”, e parla della nascita del neo-fascismo in Europa e Grecia e il ruolo giocato dalle élite economiche.
Un documentario che per spiegare la crisi Greca, guarda al passato, alla seconda guerra mondiale e le cause scatenanti i movimenti fascisti di allora, che sono le stesse di oggi: gli appetiti smodati della classe confindustriale e bancaria europea. Un film che ricorda a tutti come è nato il fascismo in Italia e il Nazismo in Germania, con la novità inedita nei testi scolastici, dell’ attribuzione delle responsabilità alla borghesia europea. Il film che dimostra come il fascismo di ieri, e quello di oggi, altro non sono che uno strumento nelle mani di una ristretta cerchia di persone per attaccare la classe lavoratrice, i loro diritti, per puro profitto.
Lo scopo principale dei fascisti di ieri,come quelli di oggi, è ottenere una classe lavoratrice docile, sotto pagata ,senza diritti e senza sindacati.Una delle parti che attrae di più l’attenzione e che colpisce di più a livello emotivo è senz’altro quello dove l’autore sottolinea come la Grecia è l’unico paese europeo dove i collaborazionisti Tedeschi non hanno perso la guerra ma anzi sono stati premiati.
Coloro che durante la seconda guerra mondiale, hanno trafficato e commerciato con i tedeschi a scapito del popolo greco, costituiscono oggi l’estabishment politico ed economico del paese, e questo spiega molte cose. Ma anche in Germania e in Italia è così, le famiglie di industriali che hanno finanziato il fascismo e il Nazismo alla fine hanno ottenuto pene molto miti, quando non sono state condannate per nulla come in Italia.
Marco Santopadre, “Contropiano” (10 giugno 2014)

Qui il video con sottotitoli in Italiano

Francesca Rosati Freeman, Nu Guo o il Paese delle Donne

Nu Guo o il Paese delle Donne è abitato dai Moso, una società matriarcale di 40 000 persone stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, attorno al Lago Lugu, sulle pendici dell’Himalaya, a 2700 metri di altitudine.

Qui ho avuto modo di svolgere a più riprese, dal 2005 al 2012, un’indagine sul campo che mi ha fatto scoprire usanze e tradizioni, i cui risultati sono raccolti nel libro Benvenuti nel paese delle donne.

Si tratta di una società senza violenza, basata sul rispetto e sulla mutualità fra genere maschile e genere femminile e bastano solo alcune parole o espressioni della lingua moso per entrare subito in una visione del mondo diversa dalla nostra.

Il lago in lingua moso si chiama Shinami, cioé lago madre. Una parola che esprime un concetto ben preciso: la Natura è madre, viene percepita al femminile e identificata col principio della creazione. Un principio immanente alla natura, non trascendente ad essa. Tutta la natura è divina e la sua venerazione trova il suo culmine nel pellegrinaggio a Gammu, la montagna sacra, la grande dea creatrice e protettrice di tutti i Moso.

A Gammu, si riconosce la funzione partenogenica, la creazione dal nulla, e alla donna si riconosce la funzione della continuità della vita, una funzione creatrice che fa della sacralità, della natura e della donna, una sola entità.

Le donne hanno saputo trasformare un fatto naturale come la maternità in un modello culturale e spirituale.Tutta la società è organizzata intorno al legame materno come i valori di cura, l’individuazione dei bisogni, la condivisione, i rapporti di solidarietà dentro e fuori della famiglia.

L’aspetto spirituale è forse quello che, più di ogni altro, contribuisce a creare e mantenere l’armonia fra uomini e donne, adulti e bambini, giovani e anziani. E’ l’energia che connette tutti gli aspetti della comunità. I Moso praticano il buddhismo tibetano, ma di fatto non hanno mai rinunciato al loro sciamanesimo primitivo.

La venerazione che i Moso hanno per la natura e la loro spiritualità si riflettono in ogni piccolo gesto quotidiano: ogni giorno le donne più anziane percorrono avanti e indietro le strade dei villaggi girando i loro mulini di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura, girano anche attorno allo stupa (monumento funerario) più volte al giorno.

Vengono fatte offerte quotidiane agli antenati sull’altare di casa prima del pranzo o della cena. Il focolaio sempre acceso e posto davanti all’altare degli antenati è l’immagine vivente della loro vita spirituale, simbolo della purificazione.

L’aver partecipato a delle cerimonie e rituali mi hanno fatto capire come la relazione vita-morte sia vissuta al quotidiano e come la vita li riporta costantemente alla morte e la morte alla vita in un alternarsi continuo, in ogni casa si trova la camera dei misteri, il mistero della vita e il mistero della morte, qui le donne danno alla luce i loro bambini e i defunti vengono adagiati in attesa del funerale.

Amore e relazione di coppia

Babahuago, camera dei fiori: quale parola più poetica e creativa di questa avrebbe potuto meglio definire il luogo degli incontri amorosi di una coppia. È questo infatti il nome, in lingua moso, della camera dove la donna riceve il suo amante in piena libertà, ma con discrezione. La madre non vuole sapere chi nottetempo si reca nella camera della figlia come la figlia non vuole sapere chi viene a visitare la madre. Questa parola è il simbolo della libertà sessuale delle donne. Per noi sarebbe una conquista, per le donne moso è assolutamente naturale.

Un fattore che differenzia profondamente la comunità moso da molte altre è l’esclusione del matrimonio e della convivenza dallo stile di vita tradizionale. Anzi questi sono ritenuti un attacco alla famiglia stessa. Al matrimonio i Moso preferiscono lo Zou Hun ossia la modalità delle visite notturne.

La coppia non vive sotto lo stesso tetto, ma passa la notte insieme per separarsi all’alba e svolgere ciascuno il proprio lavoro. La coppia è semplicemente considerata troppo instabile per far coincidere amore, famiglia e coabitazione. Ciò non significa che i Moso rinuncino all’amore, alle relazioni sessuali e alla procreazione. Si tratta di relazioni senza compromessi che pongono i due partner su un piano egualitario, esse durano finché dura il sentimento d’amore o semplicemente la voglia di stare insieme.

Al compimento del tredicesimo anno d’età, una grande cerimonia segna il passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Questa cerimonia, per le ragazze, in lingua moso, viene chiamata Chai Zhie, mettere la gonna, mentre per i ragazzi viene chiamata Hli Zhie, mettere i pantaloni, infatti sia le ragazze che i ragazzi, in questa occasione, ricevono il costume tradizionale che indosseranno per le feste e le cerimonie, oltre che per le danze serali , ma la ragazza riceve anche la chiave della sua “camera dei fiori” dove, quando si sentirà pronta, riceverà la persona di suo piacimento.

La separazione della vita familiare e dei beni patrimoniali dalla vita amorosa, se da una parte rinforza e sostiene la stabilità della famiglia e ne consente la salvaguardia, dall’altra garantisce a tutti, uomini e donne, una grande libertà in fatto di sesso, offrendo la soluzione a due bisogni fondamentali della natura umana: il bisogno di libertà in amore e il bisogno di sicurezza e protezione. Il patriarcato non ha mai offerto una soluzione al primo bisogno, anzi, sostenuto dalle religioni, lo ha sempre represso, mentre la sicurezza e la protezione, che dovrebbero provenire dal nucleo familiare ristretto si riducono a controllo della donna da parte del marito o compagno. Questo tipo di struttura permette alle donne moso di avere il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e, poichè le coppie non vivono sotto lo stesso tetto, non si litiga mai per la precarietà della situazione economica familiare né per incompatibilità di carattere e tantomeno si entra in conflitto con i parenti del proprio partner.

Non si litiga nemmeno per l’educazione dei figli che appartengono alla madre e alla famiglia materna.

Oltre alla madre naturale, tutti i componenti della famiglia sono responsabili dell’educazione e del mantenimento dei bambini anche se non sono figli propri. Si può quindi affermare che il concetto di maternità e quello di paternità rivestono un significato diverso dalla genitorialità come la si intende nelle società patriarcali. La figura del padre in effetti è sostituita da quella dello zio materno.

Tutte le donne sono “madri” e tutti gli uomini sono “padri” nell’ambito della loro famiglia materna.

Sono le nonne a trasmettere ai più giovani le tradizioni e ad insegnare l’amore e il rispetto e l’educazione è gilanica, per usare il termine di Riane Eisler, cioé senza differenze di genere nei giochi e nelle attività.

Mancando matrimonio e convivenza non si danno casi di violenza coniugale e, in caso di separazione, non c’è nessun cambiamento di carattere materiale né per gli adulti né per i bambini. Non c’è alcuna riconoscenza giuridica per la paternità biologica per cui il padre non potrà mai pretendere l’affidamento dei figli, la madre non sarà sola a educarli, il suo status economico e sociale non cambierà e i bambini non si accorgeranno nemmeno della separazione, non cambieranno né casa né abitudini, ma continueranno a vivere in seno alla famiglia materna. La separazione della coppia non implica il disfacimento della famiglia. In tal modo si evitano, sia per i bambini che per gli adulti, quei turbamenti psicologici che, nelle nostre società, vengono provocati dalle separazioni e che richiedono anni di psicoterapia per essere sanati.

Psicologi e psicanalisti restano spiazzati di fronte a una società nella quale il complesso di Edipo o l’invidia del pene, non hanno nessun senso, anzi questi concetti perdono la loro universalità al punto che andrebbero riconsiderati: il bambino infatti non deve condividere con il padre l’attenzione della madre. In questo contesto familiare non esiste nemmeno il concetto di orfano: se il bambino dovesse perdere la madre, restano le sorelle e i fratelli della madre a svolgere l’importante ruolo educativo e affettivo che hanno anche in condizioni normali e quindi il piccolo non sarebbe costretto a cambiare né casa né abitudini. Grazie alla non riconoscenza giuridica della paternità, la cultura moso non contempla nemmeno il concetto di figlio illegittimo, eliminando alla fonte un problema che ha dilaniato, nella storia, tutte le altre società: quello della legittimità incerta della prole (mater semper certa est, pater numquam).

La libertà sessuale, che nelle società patriarcali è stata sempre considerata fonte di disordine e di sconvolgimento degli equilibri familiari e sociali, qui garantisce equilibrio e armonia per tutti i membri della comunità.

Come nell’ambito della famiglia estesa, anche nel campo delle relazioni amorose non esiste il concetto di proprietà privata. Tra i Moso nessuno pensa di appartenere alla persona di cui è innamorato e nessuno pensa di fare della persona amata la ragione della sua esistenza. Da qui un concetto di amore assolutamente disinteressato, non legato né alla classe sociale né alla situazione economica. Amore e sesso qui non vogliono dire possesso! “Ti amo, ma non sono tua/o” sembra essere il messaggio su cui si basa il sentimento amoroso. L’amore inteso in questo modo lascia anche poco spazio alla gelosia, considerato un sentimento distruttivo, fonte di conflitti e di violenza. Noi l’associamo erroneamente all’amore. I Moso arrivano a stigmatizzarla, la disprezzano e la condannano, irridendo chi si mostra geloso e accusandolo di contravvenire alle regole.

Tutti poi si guardano bene dal promettere fedeltà eterna, per cui un’infedeltà, anche se in un’unione stabile è considerata una trasgressione, viene tollerata. È piuttosto il ricorso alla violenza che fa perdere la faccia; ma se il proprio partner ha un incontro clandestino non è certo la fine del mondo.

Le figlie non escono e i loro compagni non entrano: un’espressione che esplicitamente e con molta chiarezza ci informa che le figlie non abbandonano mai la casa materna per andare a vivere in casa dell’uomo, come avviene nel resto della Cina, mentre gli innamorati delle figlie non faranno mai parte della famiglia: se si rispetta questa regola, la grande famiglia moso resterà unita. Inoltre per la continuazione e la sopravvivenza della famiglia è importante che ci sia almeno una figlia femmina. La nascita di una figlia femmina presso i Moso è una grande benedizione e non una disgrazia, al contrario di quanto avviene nel resto del paese e in molti altri paesi in cui la predilezione per i figli maschi è un fatto normale.

Gli uomini passano, la madre resta ripetono le madri alle figlie, anche con questa frase le madri moso esprimono chiaramente come il legame materno sia qualcosa di duraturo, mentre il legame amoroso può essere qualcosa di passeggero, aleatorio e per loro è chiaro che non si può costruire su un sentimento così fragile, per quanto intenso possa essere, un’istituzione come la famiglia che è supposta durare tutta la vita. L’educazione e la cultura vengono così trasmesse, oltre che con il modello, anche con parole ed espressioni dense di significato che si tramandano da madre in figlia e di generazione in generazione .

Per la società dei Moso mi permetto di usare la parola matriarcale e non le altre di uso più accademico come matrilineare, matrifocale, matrilocale, matristica, matricentrica, perchè, create per definire questo tipo di società, risultano riduttive. Ognuna di queste parole, infatti, corrisponde a un aspetto ben preciso di questa società e prese a solo non riescono a dare una visione d’insieme che ne comprenda tutti gli aspetti. Inoltre la parola matriarcato spesso viene confusa con il potere delle donne e viene paragonata al patriarcato facendole assumere, a torto, una connotazione negativa. Heide Göttner-Abendroth, fondatrice di Hagia, Accademia degli studi matriarcali moderni, associa questa parola all’origine della formazione delle prime società la cui organizzazione si svolgeva intorno al legame materno: mater + archeo sta per “all’inizio le madri” e non il dominio delle madri. Stando a questa definizione non si può considerare il matriarcato come l’opposto femminile del patriarcato.

Secondo il sociologo Pierre Bourdieu “usare una parola per un’altra è cambiare la visione del mondo sociale e contribuire a trasformarlo.

Quindi mi sembra importante liberare questa parola dalla sua connotazione negativa e usare la parola matriarcato appropriatamente per definire tutte quelle società egualitarie che hanno una struttura socio-familiare e politico-economica simile a quella dei Moso.

L'”universalità” di alcuni concetti a sostegno del patriarcato non regge il confronto con una cultura matriarcale

Concetto di famiglia e consanguineità

La società dei Moso ha tutto quel che serve per sfidare i pilastri dell’antropologia classica e per sfidare l’ambizione di universalità del patriarcato.

Se si prende in esame l’aspetto socio-familiare, è quello che più distingue la cultura moso, non solo rispetto alle culture occidentali, ma anche nel confronto con altre culture matriarcali. La famiglia che da molti antropologi di fama mondiale viene definita universale e che corrisponde al modello di famiglia nucleare androcratica, non corrisponde affatto al modello matriarcale dove la famiglia è matrilineare, cioé estesa a tutti i discendenti della linea materna.

Questi sono i soli ad essere considerati consanguinei, e nessun membro esterno ad essa ne fa parte, nemmeno il padre naturale, per cui anche il concetto di consanguineità assume, in tale contesto, un valore sociale piuttosto che biologico. Inoltre, avendo il padre naturale un ruolo marginale e periferico, non esiste in lingua moso una parola per indicarlo, i Moso usano per lui la stessa parola che per lo zio materno, awu.

Quella dei Moso è una società in cui la parola potere si potrebbe definire come potenza femminile e materna e mentre nella società occidentale la parola potere viene associata ad abusi, discriminazione e corruzione, nella società moso questa assume il significato di condivisione che unita allo sforzo di raggiungere un consenso decisionale ampiamente condiviso, fa della comunità moso una società con un senso del rispetto e dell’uguaglianza assai profondo.

La dabu, il suo ruolo-guida e la pratica del consenso

Il potere nel suo significato di potenza femminile è affidato alla dabu che, con le sue doti di donna abile e saggia, guida la sua numerosa famiglia che può contenere fino a quattro generazioni. Trasmette il nome e i beni e gestisce l’economia familiare. Tradurre la parola dabu con capo-famiglia, significa associarla inevitabilmente alla figura del padre di famiglia, figura che nella famiglia moso non esiste. Parlare di ruolo femminile e di ruolo maschile significherebbe operare una divisione dei ruoli di genere tipica delle società occidentali e patriarcali.

 

Benchè alcune delle attività svolte dagli uomini e dalle donne siano differenti, non esiste assolutamente l’idea che queste siano inevitabilmente associate a un sesso in opposizione all’altro, non esiste un’attività considerata inferiore o superiore ad un’altra. Quella dei Moso è una struttura sociale fondata sull’eguaglianza complementare e non sulla gerarchia, per cui pur riconoscendo la diversità biologica, i due generi rimangono in perfetto equilibrio.

 

 

In famiglia tutte le decisioni vengono prese applicando la pratica del consenso. Le innumerevoli discussioni, cui partecipano tutti i membri adulti della famiglia terminano solo quando si arriva a un accordo. La dabu, considerata la persona più saggia, guida la discussione per raggiungere l’accordo, i suoi consigli e suggerimenti sono tenuti in grande considerazione.

I beni sono indivisibili e restano in famiglia. L’indivisibilità del patrimonio familiare fa sì che un membro di essa non possa arricchirsi a discapito di un altro; tutti lavorano insieme per contribuire alla prosperità della famiglia, aiutandosi a vicenda e instaurando rapporti di solidarietà. Non esiste il mio o il tuo, esiste il nostro.

Il concetto di solidarietà, su cui si fondano le relazioni familiari, è alla base anche della struttura economica tradizionale delle comunità Moso: un’economia del dono, un tipo di economia che è esistito ed esiste da millenni nelle società matriarcali, in cui il soddisfacimento dei bisogni non passa attraverso l’appropriazione privata né attraverso il profitto, non genera contrapposizione e divisione coatta del lavoro tra uomini e donne, né divisioni della popolazione in ricchi e poveri. Anche in questo campo quindi si riflette il principio etico della logica materna, che viene applicato in ogni sfera della società.

Conclusione

Per concludere quella dei Moso è una società egualitaria che ha dato vita a valori che ancora oggi garantiscono una vita armoniosa e pacifica. Una società nella quale domina una visione serena dell’amore e del piacere sessuale, dove le donne sono il fulcro della vita familiare e sociale, condividendo con l’altro sesso gli incarichi di responsabilità.

Ciò non significa che la società dei Moso sia immune da ogni genere di problema, ma è senz’altro opportuno riflettere sugli aspetti della sua singolare organizzazione che consentono una vita certo più armoniosa di quella che le nostre società riescono a offire. Si tratta di un altro modo di concepire la vita, la famiglia, il rapporto uomo-donna. È solo una visione del mondo diversa dalla nostra. Un mondo in cui maschile e femminile non sono contrapposti, ma si completano e si rafforzano a vicenda.

Qui le donne non vengono violentate o uccise, i bambini non vengono maltrattati o abusati e le persone anziane non vengono abbandonate a se stesse.

 

 

La società matriarcale moso rischia però di scomparire

La sopravvivenza di questa società è oggi messa in pericolo dall’influenza esterna dell’attuale modello culturale di tipo androcratico dominante e da un modello economico basato sull’economia di mercato.

Lo sviluppo economico dovuto in massima parte all’afflusso dei turisti, se da una parte sta migliorando le condizioni di vita degli abitanti di questi villaggi, dall’altra sta facendo sì che il modello economico tradizionale basato sulla solidarietà venga sempre più soppiantato dalla competitività.

Ogni giorno migliaia di turisti invadono i due villaggi di Luoshui e di Lige dove investitori pechinesi e taiwanesi hanno già cominciato a costruire hotel di lusso con vista sul lago.

Un’autostrada che collega l’aeroporto di Lijiang al lago Lugu è stata appena costruita e esiste un progetto per la costruzione di un aeroporto per facilitare l’accesso dei turisti. Ma il turismo genera pure inquinamento e i Moso non sanno ancora come gestirlo.

Bisogna considerare anche che il tasso di crescita demografica qui è molto più basso che nel resto della Cina.

Se a questi fattori aggiungiamo pure l’influenza della televisione e dei programmi scolastici cinesi, possiamo immaginare l’inizio della fine.

Ma la società moso è una società ancestrale, che esiste da almeno duemila anni, una società che ha manifestato una tenacia e una resistenza in tutte le situazioni storiche che si sono presentate, e ha resistito a tutte le pressioni del governo cinese, che ha sempre considerato lo stile di vita moso come improntato al libertinaggio e alla promiscuità, e ha cercato in tutti i modi di imporre il modello patriarcale dominante. Resisteranno i Moso anche alle nuove influenze negative esterne, fino a poco tempo fa estranee alla loro cultura? È da seguire…

Conferenza Internazionale “The creative word”, Lecce,  17 Maggio 2013

Qui il testo originale di Francesca Rosati Freeman

Qui un documentario dell’autrice, in due parti:

 

eredità del fascismo

Dal canale Youtube di Roberto Solari
(che è anche redattore del blog La Resistenza tradita)

“So che a casa vostra siete dei buoni padri di famiglia, ma qui voi non sarete mai abbastanza ladri, assassini e stupratori” Benito Mussolini ai soldati della Seconda Armata in Dalmazia, 1943.
Fascist Legacy (“L’eredità del fascismo“) è un documentario in due parti sui crimini di guerra commessi dagli italiani durante la Seconda Guerra Mondiale, realizzato e mandato in onda nei giorni 1 ed 8 novembre 1989 dalla BBC.
La prima parte tratta dei crimini di guerra commessi durante l’invasione italiana dell’Etiopia e nel Regno di Jugoslavia. Enfasi vi viene posta sull’impiego dell’iprite, o gas mostarda, da parte del Generale Pietro Badoglio, sui bombardamenti di ospedali della Croce Rossa e sulle rappresaglie dopo un attentato contro l’allora Governatore italiano dell’Etiopia. La sezione che esamina l’occupazione della Jugoslavia cita gli oltre 200 campi di prigionia italiani sparsi nei Balcani, in cui morirono 250.000 internati (600.000 secondo il governo jugoslavo), e si sofferma sulle testimonianze relative al campo di concentramento di Arbe (Rab in lingua serbo-croata) e sulle atrocità commesse nel villaggio croato di Podhum, presso Fiume.
La seconda parte tratta del periodo successivo alla capitolazione italiana nel 1943 e si rivolge principalmente all’ipocrisia mostrata tanto dagli USA quanto soprattutto dai britannici in questa fase. L’Etiopia, la Jugoslavia e la Grecia richiesero l’estradizione di 1.200 criminali di guerra italiani (i più attivamente ricercati furono Pietro Badoglio, Mario Roatta e Rodolfo Graziani), sugli atti dei quali fu fornita una completa documentazione. Entrambi i governi alleati videro però in Badoglio anche una garanzia per un dopoguerra non comunista in Italia, e fecero del loro meglio per ritardare tali richieste fino al 1947 quando i Trattati di Parigi restituirono la piena sovranità al paese: gli stati sovrani in genere non estradano i propri cittadini. L’unico ufficiale italiano mai perseguito e condannato a morte da un tribunale britannico fu un antifascista, Nicola Bellomo, responsabile della morte di prigionieri di guerra britannici. La voce narrante originale è di Michael Palumbo, storico americano autore del libro “L’olocausto rimosso”, edito -in Italia- da Rizzoli. Vengono inoltre intervistati gli storici italiani Angelo Del Boca, Giorgio Rochat, Claudio Pavone e il britannico David Ellwood.
I diritti dell’opera, tradotta in lingua italiana dal regista Massimo Sani, furono acquistati dalla RAI nel 1991, ma il documentario non venne mai mandato in onda. L’emittente La7, invece, trasmise degli ampi stralci di Fascist Legacy nel 2004 all’interno del programma Altra Storia.

In compenso la Rai il 7 febbraio 2005 (in occasione della Giornata del Ricordo), trasmise lo sceneggiato “Il Cuore nel Pozzo” che in sostanza è un impianto di memoria artificiale stile “Total Recall”: durante la seconda guerra mondiale, un’Italiana residente in Slovenia e il suo bambino, frutto della violenza subita da un partigiano sloveno, son minacciati dalla furia slava del partigiano, che vorrebbe trucidare lei e il bimbo. Sarà un prete italiano, don Bruno, a metterli in salvo. Il pozzo è ovviamente la foiba dove finirà don Bruno.
Non venne trasmesso “Fascist Legacy” perché in quel documento si racconta che gli Italiani che invasero l’ex Jugoslavia fecero un carnaio: distrussero e incendiarono interi villaggi, giustiziarono, violentarono e torturarono, gestirono campi di concentramento, dove si andava a morire anche per il semplice fatto di NON essere italiani.
Una giornata per la Memoria, una per il Ricordo. Cosa succede quando la memoria storica più imbarazzante viene annullata? Che si creano ricordi falsi per riempire il vuoto. Il documentario “Fascist Legacy” sarebbe una buona cura ma la Rai non lo manda in onda. Da 23 anni.

http://anpimirano.it/2012/mostra-foto…
http://www.odradek.it/Schedelibri/cri…

 

il leone del deserto

“Nel 1979 il regista siriano-americano Moustapha Akkad gira il kolossal Lion of the Desert, ove si narrano vita, cattura e morte di Omar al-Mukhtar e, attraverso di lui, l’orrenda saga della «riconquista» libica. Una coproduzione internazionale, con un cast di tutto rispetto: l’anziano Anthony Quinn presta i solchi del proprio viso alla dolente e ferma dignità di Omar; Oliver Reed maramaldeggia nel ruolo di Graziani; Rod Steiger dà corpo e smorfie a Benito Mussolini.

Il film non è un capolavoro, ma non è peggio della maggior parte dei film in costume hollywoodiani, e ha il merito di far conoscere in Occidente la figura dell’insegnante-guerrigliero, capo della resistenza popolare all’invasione fascista.

Tuttavia, agli spettatori italiani viene negato il diritto di vedere coi loro occhi e giudicare con la propria testa. Non è ammissibile che nei cinematografi d’Italia si mostrino gli «italiani brava gente» rappresentati come di solito si rappresentano le SS. Non è tollerabile che gli italiani vedano le loro forze armate intente a compiere un genocidio! Come osa quel regista arabo, quel volgare calunniatore?

Rispondendo all’interrogazione parlamentare di un deputato missino indignato per le sequenze che gli sono state descritte, il sottosegretario agli Esteri Raffaele Costa manda un chiaro messaggio ai produttori: il film non otterrà mai il visto ministeriale per la distribuzione in Italia. Non v’azzardate nemmeno a chiederlo.

Nel frattempo, dato che il film è proiettato negli altri paesi, si alzano comunque grida di sdegno. L’Associazione Nazionale Alpini, ad esempio, protesta per le sequenze dove soldati con la penna nera decimano la popolazione del Gebel Achdar.

Di conseguenza, Lion of the Desert diventa un film di culto clandestino. Nel marzo 1987, per protesta contro l’impossibilità di vederlo in Italia, attivisti del Coordinamento per la pace proiettano il film in una piazza di Trento. La Digos interviene a sequestrare la videocassetta e la magistratura incrimina quattro persone – Marta Anderle, Franco Esposito, Renato Paris e Paolo Terzan – per «rappresentazione cinematografica abusiva». Nel febbraio 1988 gli imputati sono condannati a pagare un’ammenda di centomila lire a testa.

Nel corso degli anni, il veto politico su Lion of the Desert è in parte caduto. Il film è stato doppiato in italiano e trasmesso su un canale nazionale privato. Oggi si trova facilmente su Internet, ma rimane un titolo scomodo, urticante, del quale non si parla volentieri. Omar al-Mukhtar fa ancora paura.”
Wu Ming, Giap (30/09/2015)

Qui l’articolo completo:
Giap

Questo il trailer (in inglese):

Il film completo (in italiano) si può scaricare qui:
http://www.filmsenzalimiti.co/il-leone-del-deserto.html

oppure qui:
http://www.nowvideo.li/video/537b81220616c
nella finestra che si apre cliccare, in basso, CONTINUE TO THE VIDEO …nella finestra successiva chiudere i due riquadri cliccando la X rossa e infine il pulsante centrale azzurro contenente la freccia verso DX … (chiudere le finestre pubblicitarie che questa operazione ha attivato)

oppure qui:
http://vk.com/video?q=il+leone+del+deserto

 

l’orrore

“Io ho visto degli orrori, orrori che ha visto anche lei.. Ma non ha il diritto di chiamarmi assassino. Ha il diritto di uccidermi, ha il diritto di far questo. Ma non ha il diritto di giudicarmi. E’ impossibile trovare le parole per descrivere ciò che è necessario a coloro che non sanno ciò che significa l’orrore. L’orrore ha un volto. E bisogna farsi amico l’orrore… orrore, terrore, morale e dolore sono i tuoi amici. Ma se non lo sono, essi sono nemici da temere. Sono dei veri nemici.

Ricordo, quand’ero nelle forze speciali, sembra migliaia di secoli fa, andammo in un campo, per vaccinare dei bambini. Lasciammo il campo dopo aver vaccinato i bambini contro la polio. Più tardi venne un vecchio correndo a richiamarci, piangeva, era cieco. Tornammo al campo: erano venuti i vietkong e avevano tagliato ogni braccio vaccinato. Erano là in un mucchio. Un mucchio..di piccole braccia. E..e mi ricordo..che ho pianto..pianto come…come…come…una madre.

Volevo strapparmi i denti di bocca, non sapevo quel che volevo fare. E voglio ricordarlo, non voglio mai dimenticarlo, non voglio mai dimenticarlo. Poi mi sono reso conto, come fossi stato colpito..colpito da un diamante, una pallottola di diamante in piena fronte.. e ho pensato: mio Dio che genio c’è in questo..che genio, che volontà per far questo..perfetto, genuino, completo, cristallino, puro. E così mi resi conto che loro erano più forti di noi, perchè loro la sopportavano…

Questi non erano mostri, erano uomini, quadri addestrati, uomini che combattevano col cuore, che hanno famiglia che fanno figli che sono pieni d’amore ma che..ma che avevano la forza..la forza..di far questo. Se io avessi dieci divisioni di questi uomini, i nostri problemi qui, si risolverebbero molto rapidamente. Bisogna avere uomini con un senso morale, e che allo stesso tempo siano capaci di utilizzare i loro primordiali istinti di uccidere… senza emozioni, senza passione… senza… discernimento, senza discernimento.”
Francis Ford Coppola, Apocalypse Now

va e vedi

Va’ e vedi (Idi i smotri) è un film del 1985 diretto da Elem Klimov
qui una scena del film:

qui la scheda del film da Wikipedia:
https://it.wikipedia.org/wiki/Va%27_e_vedi

“Nel 1943 in una Bie­lo­rus­sia oc­cu­pa­ta dalle trup­pe te­de­sche il gio­va­ne Flyo­ra de­ci­de, no­no­stan­te la forte con­tra­rie­tà della madre, di unir­si ai par­ti­gia­ni spin­to da quel­l’en­tu­sia­smo ti­pi­co della sua età. Pre­sto farà la co­no­scen­za della sua coe­ta­nea Gla­sha, an­ch’es­sa uni­ta­si alla re­si­sten­za dopo il ten­ta­ti­vo da parte dei te­de­schi di de­por­tar­la in Ger­ma­nia, la quale no­no­stan­te tutto è an­co­ra in­ten­zio­na­ta ad “amare, fare figli” e a non farsi por­ta­re via la gioia di vi­ve­re dalla du­rez­za della guer­ra. Lo slan­cio ini­zia­le del pro­ta­go­ni­sta la­sce­rà ben pre­sto spa­zio alla rab­bia, al senso di im­po­ten­za e alla di­spe­ra­zio­ne fi­glie del­l’a­ver com­pre­so quan­to sia ef­fe­ra­to quel con­flit­to e quan­ta fe­ro­cia i te­de­schi siano in grado di som­mi­ni­stra­re alla po­po­la­zio­ne ci­vi­le. Sarà il li­be­ra­to­rio mo­men­to fi­na­le a far usci­re il pro­ta­go­ni­sta da que­sto mix di emo­zio­ni e a riaf­fer­ma­re vio­len­te­men­te la sua vo­lon­tà di pre­ser­va­re la pro­pria uma­ni­tà mal­gra­do tutto.

Dallo scon­vol­gen­te im­pat­to emo­ti­vo (e vi­si­vo), tale film si pre­sen­ta come un vero e pro­prio cre­scen­do di emo­zio­ni che coin­vol­go­no gros­so­mo­do tutto lo sfera emo­ti­va dello spet­ta­to­re: l’en­tu­sia­smo e il suc­ces­si­vo senso di im­po­ten­za di Flyo­ra, la brio­si­tà di Gla­sha, la fred­da di­sil­lu­sio­ne del co­man­dan­te par­ti­gia­no Ka­sa­ch, il ter­ro­re del col­la­bo­ra­zio­ni­sta bie­lo­rus­so cat­tu­ra­to dai re­si­sten­ti, la lu­ci­da fol­lia del co­man­dan­te delle SS te­de­sche… Tra tali sen­ti­men­ti non po­tran­no fare a meno di spic­ca­re per rea­li­smo ed em­pa­tia pro­vo­ca­ta quel­li im­per­so­na­ti da un abi­lis­si­mo (e ap­pe­na quat­tor­di­cen­ne) Alek­sei Krav­chen­ko, il re­gi­sta Elem Kli­mov si di­mo­stra in­fat­ti un mae­stro nel ma­neg­gia­re l’ar­te dei primi piani allo scopo di ele­va­re alla po­ten­za l’e­spres­si­vi­tà e l’e­mo­zio­ne dei per­so­nag­gi, mo­stran­do le loro emo­zio­ni in ma­nie­ra tal­men­te vi­vi­da che è im­pos­si­bi­le non ri­ma­ner­ne al­me­no in parte con­ta­gia­ti.

Di una lun­ghez­za po­ten­zial­men­te le­ta­le, Va’ e Vedi rie­sce in­ve­ce ad ap­pas­sio­na­re, ef­fet­tuan­do una vera e pro­pria in­tro­spe­zio­ne nel­l’am­bi­to della sfera emo­ti­va degli in­ter­pre­ti della pel­li­co­la al punto che allo spet­ta­to­re do­ta­to di un mi­ni­mo di sen­si­bi­li­tà, l’u­ni­ca emo­zio­ne pos­si­bi­le è un senso di or­ro­re e di stor­di­men­to do­vu­to al forte im­pat­to pro­vo­ca­to dalle se­quen­ze fi­na­li, sen­sa­zio­ni am­pli­fi­ca­te dal­l’ul­ti­ma frase dell’Ober­sturmführer te­de­sco pro­nun­cia­ta poco prima di es­se­re pas­sa­to per le armi, il quale alla ri­chie­sta di spie­ga­re i mo­ti­vi del­l’en­ne­si­mo mas­sa­cro a danni di ci­vi­li ri­spon­de­rà: “ho detto di la­scia­re bru­cia­re i bam­bi­ni per­ché con i bam­bi­ni si ri­co­min­cia. Voi non avete il di­rit­to di esi­ste­re, non tutte le razze hanno il di­rit­to di esi­ste­re”.

Ad ogni modo, gli esti­ma­to­ri dei film di guer­ra solo lad­do­ve siano “vi­deo­gio­co­ni” in stile Il Ne­mi­co alle Porte dopo mez­z’o­ra get­te­ran­no la spu­gna, e lo stes­so di­ca­si per co­lo­ro che spe­ra­no di tro­va­re in Va’ e Vedi un film di pro­pa­gan­da so­vie­ti­ca. L’in­ten­do di Kli­mov non fu in­fat­ti quel­lo di gi­ra­re un mat­to­ne pro­pa­gan­di­sti­co o uno “spa­ra-tut­to” (ca­te­go­ria pur­trop­po molto co­mu­ne nei film sulla Se­con­da Guer­ra Mon­dia­le), ma un in­tro­spe­zio­ne vi­vi­da e pro­fon­da dei per­so­nag­gi che verrà si­cu­ra­men­te ap­prez­za­ta da co­lo­ro che di­spon­go­no di un pa­la­to fine, a patto che sia anche ab­ba­stan­za ro­bu­sto per sop­por­ta­re certe sequenze.

Il ti­to­lo Va’ e Vedi è trat­to da un passo del­l’A­po­ca­lis­se di San Gio­van­ni Evan­ge­li­sta.”
Recensione di Federico Sesia su http://www.storiadeifilm.it/

commentari al fascismo n°5: perché Cuba resiste?

5.0. Solo un paio di elementi su cui riflettere:

5.1.  Si è dovuta rendere indipendente dal petrolio

“Che cosa succederà dopo il picco del petrolio?
Come si vive senza petrolio?
A Cuba lo sanno: stanno vivendo senza petrolio da anni, da quando la Russia ha smesso di spedire tutta una serie di derivati del petrolio e da quando l’embargo costringe i cubani a farsi bastare quel che possono produrre da soli.
Nel 1990 il PIL di Cuba è crollato dell’85% e il consumo di petrolio del 50%. Inizialmente le calorie di cibo disponibili a testa calarono del 30%. La gente dimagrì.
L’agricoltura, che in precedenza assomigliava a quella del resto del mondo e utilizzava fertilizzanti, pesticidi, macchinari e sistemi di allevamento industriali, ha dovuto essere rimodellata in modo sostenibile. Il biologico è diventato la norma. I bovini, più che essere allevati per la carne, sono usati per il lavoro dei campi.
La gente oggi mangia molta frutta e verdura (essendo ai Caraibi, la cosa è anche piacevole) e chi può se la coltiva da solo.
Oggi la produzione di cibo è al 90% dei livelli pre-crisi, ma il consumo di energia è molto, molto al disotto dei consumi pre-crisi. La gente gode di buona salute, Cuba ha un sistema sanitario migliore di quello degli USA (quando passò l’urgano Katryna, Castro offrì di mandare medici e paramedici). A Cuba si punta molto sulla prevenzione e la mortalità infantile è più bassa che negli USA.
Il sistema scolastico funziona bene. Cuba ha solo il 2% della popolazione dell’America Latina, ma l’11% degli scienziati di quel continente sono cubani. Gli uomini vanno in pensione a 60 anni, le donne a 55. L’età media si sta allungando, per cui anche queste soglie dovranno essere spostate in avanti.
Certo, sarebbe bello che si arrivasse a stili di vita sostenibili per libera scelta, non forzatamente, ma intanto mi piace pensare che sopravviveremo anche noi alla fine del petrolio e che gli aspetti sociali e culturali potrebbero addirittura migliorare.”

5.2. Ha sviluppato un piano di educazione sessuale
http://www.cenesex.org/

cenesex

I bambini del futuro

“I bambini che hanno potuto crescere protetti e in contatto con la loro fonte di energia biologica, sono autoregolati e socievoli; sono meno corazzati, sono vitali, emozionalmente vivaci ed attenti.
I loro corpi sono morbidi e flessibili, sono affettuosi e raggianti, sono ben coordinati, hanno un buon equilibrio e lo riconquistano facilmente quando lo perdono.
I loro occhi sono espressivi, non hanno disturbi funzionali e superano presto le malattie, hanno una loro propria volontà e sanno stare da soli, amano imparare cose nuove, sanno collaborare e hanno rapporti intensi con le persone che li circondano.
Wilhelm Reich, I bambini del futuro

Babies 2010, un documentario su quattro bambini in differenti parti del mondo:

Allarmi siam fascisti!

qui il film:

qui una scheda sul film:
http://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=48251&lang=it

Sulle piazze delle città, nelle vie dei vecchi borghi,
ecco gli importanti, i dignitari, i fiduciari,
i potenti, le eccellenze, gli eminenti,
gli autorevoli, gli onorevoli, i notabili,
le autorità, i curati, i podestà,
gli uomini dell’autorizzazione, dell’intimidazione,
dell’unzione e della raccomandazione;
ecco quelli che fanno il prezzo del grano e delle opinioni,
che hanno in pugno il mercato del lavoro e quello delle coscienze,
e ci sono quelli che aprono gli sportelli,
baciano la mano a “voscenza”, e ringraziano sempre
perché non sanno mai i propri diritti.
Eccoli dire di sì:
di sì
perché lo fanno tutti,
di sì
perché lo ha detto monsignor vescovo
e il commendatore che ha studiato,
di sì
perché hanno quattro creature,
di sì
perché bisogna far carriera,
di sì
perché non vogliamo più essere morti di fame,
di sì
perché ho un credito,
di sì
perché ho un debito,
di sì
perché ci credo,
di sì
perché non ci credo.
Perché tanto nulla conta.
Perché io non conto nulla…

Di sì
perché non ho più compagni.

Franco Fortini