c. scrittori

Alessandra Daniele, La sostituzione della repubblica

La conduttrice sorride al suo ospite.
– Congratulazioni per il suo incarico da ministro. Ricordiamo però che il nuovo governo è stato definito un clone del precedente, cosa dire quindi del risultato del referendum che l’aveva bocciato a larghissima maggioranza?
– Non ce ne frega un cazzo.
La conduttrice tace perplessa. Poi chiede
– Eh?…
– Del risultato del referendum non ce ne frega un cazzo – Ripete tranquillo l’ospite – Abbiamo riconfermato praticamente tutti, e persino promosso i più cialtroni. La ministra dell’Istruzione ha la terza media. Il ministro degli Esteri ai vertici fa il grammelot. Non è evidente? Ce ne fottiamo.
– E lo ammette così?
Il ministro si stringe nelle spalle.
– Tanto non potete farci niente.
– Non è in arrivo un altro referendum?
– Possiamo evitarlo cambiando la copertina del Jobs Act, e lasciando il contenuto identico come abbiamo già fatto col governo.
– Ma comunque alle prossime elezioni…
– Quali elezioni?
– Prima o poi si dovrà votare.
– Ah certo, ma lo si farà con una legge elettorale in grado d’impedire altri abusi come quello del 4 dicembre: il Neo Mattarellum.
Neo?
– Il Mattarellum, con una correzione in chiave ullteiormente maggioritaria. Noi l’avevamo già detto: il suffragio universale è obsoleto e non più sostenibile in una democrazia avanzata. Milioni di elettori che svolgono tutti la stessa funzione sono uno spreco di tempo e di denaro. Il multielettroralismo è persino peggiore del bicameralismo. È il momento di passare al monoelettoralismo.
– Cioè?
– Un solo elettore che vota per tutti.
– Chi?
– Appunto Mattarella. Questo otterrà il fondamentale risultato di snellire le procedure: invece di aspettare il risultato delle elezioni, il nostro presidente potrà conferirci direttamente l’incarico di formare il nuovo governo. Come ha appena fatto. Visto che il dissociato corpo multielettorale ha respinto la nostra Riforma Costituzionale, s’è resa indispensabile una Riforma Sostituzionale. La sostituzione della Repubblica democratica con la Repubblica monocratica.
– Ma questa non è una forzatura istituzionale? – Azzarda la conduttrice.
– No, è proprio un golpe. Non l’avete ancora capito? Certo, non ci sono i carri armati e i colonnelli, ma quella è paccottiglia obsoleta, il nostro è un Golps Act: per tornare efficiente la democrazia ha bisogno di licenziare i suoi elettori in esubero. Un monoelettore basterà. E nel caso dovesse servircene qualcun altro, potremo sempre comprarcelo dal tabaccaio. Adesso mandi la pubblicità. È tassativa.
La conduttrice si gira verso la telecamera, e mormora
– Pubblicità.
Alessandra Daniele, da Carmilla, 18/12/2016

Antonella Beccaria: UNO BIANCA E TRAME NERE

di Saverio Fattori

Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore, prefazione di Andrea Purgatori, Stampa Alternativa, pp. 164, 10 euro

il blog di Antonella Beccaria

Antonella Beccaria ci mette in leggera registrata, torna sulla vicenda della banda della Uno Bianca, una manciata di anni sanguinosi che ha avuto come epicentro Bologna e ha percorso l’Emilia, la Romagna, fino alle Marche. Sono anni di transizione tra la Piramide di Craxi e Tangentopoli, un’era di confusione di potere, assestamenti per nuovi equilibri. Tra il 1987 e il 1994 luoghi banali come aree di servizio, Ipercoop, autostrade sembravano essere diventati zone di guerriglia urbana.

Ventiquattro morti e 102 feriti di cui si è persa la coscienza, vittime che faticano a riaffacciarsi alla memoria e alla celebrazione. Trovare il monumento che li ricorda è impresa ardua, vi invito alla ricerca del Ceppo Perduto nella Città Distratta che tutto digerisce. Si è giocato al ribasso considerando il gruppo armato guidato dai fratelli Savi criminali comuni amanti dei soldi e della bella vita. Una semplificazione che va stretta una volta chiuso il libro della Beccaria. Semplificazione sbagliata e per certi versi consolatoria. E non si tratta di assumere dosi narcotizzanti di complottistica dietrologica paranoica. Di confonderci con funambolici teoremi che ci nascondono evidenze. Antonella procede come un fiume lento, fatti e analisi. Numeri e fatti. Numeri. Quelli riferiti al denaro. Pochi. Davvero pochissimi quelli racimolati dalla banda in anni di attività. Morti. Troppi e ingiustificati se riferiti ai canoni del crimine organizzato a puro scopro di lucro. Non parlo di codici etici e cazzate simili modello Coppola che fanno mitologia di assassini. Parlo di limitazioni al minimo dei rischi, di efficienza e ottimizzazione delle risorse, di resa economica commisurata allo sforzo bellico e al pericolo di essere beccati per omicidio. L’ergastolo è sempre una pessima prospettiva. Se ci scappa il morto è sempre una fregatura, l’abbiamo visto in centinai di libri e film, ma è vero. La banda invece infrange la prima regola della mala classica, lo fa in modo clamoroso, accanendosi proprio sui cugini dell’Arma dei Carabinieri, imprudenza che avrebbe dovuto moltiplicare per qualità e quantità le forze impiegate nelle indagini. In realtà è come se i Savi avessero percorso un territorio spurio che si pone tra il terrorismo e il crimine comune. Un luogo che viene frequentato in Belgio dalla Banda del Bramante in epoche coincidenti e secondo gli stessi schemi. È una zona d’ombra che sarebbe stato bene esplorare nelle derive politiche se i consueti errori giudiziari tra il doloso e il cialtronesco non avessero inquinato le indagini. Protezioni e depistaggi. Si arriva a ipotizzare l’esistenza di una Quinta Mafia, anni di detenzione preventiva per i colpevoli perfetti ricavati da piccoli malavitosi residenti al Quartiere Pilastro, nella periferia bolognese o da incensurati rei di omonimia. Sembrano invece gli inquirenti stessi ammalati di paranoia. Disegnano trame ardite, si muovono come cattivi giallisti, coccolano misteriosi testimoni chiave molto fantasiosi, analogia con il caso dei Bambini di Satana, già trattato da Antonella Beccaria, per arrivare a un finale di comodo recidono tutte le piste sane, quelle che portano a una verità vicina come non mai ai loro uffici. I soliti episodi da tragedia italica che deve scadere in commedia. Battute in questura sulla somiglianza del volto di un identikit con quello del collega… battute da caserma, appunto. Una vecchia zingara che continua a indicare un uomo arrivato per le indagini dopo il sangue nel Campo di Santa Caterina. Quel poliziotto in borghese è in mezzo al gruppo dei carabinieri che fanno i rilievi. Ma quella faccia non se la scorda. Non se la scorderà più. È lui che poco prima se ne stava con il braccio teso reggendo un fucile sul tetto di un auto a fare il tiro al bersaglio. Difficile crederle, i carabinieri le ridono in faccia, mi pare di vederlo quel viso grinzoso e sdentato con la disperazione negli occhi, la disperazione di chi non ha voce.
Mi è capitato di ripensare ai Savi di recente, prima di leggere il libro di Antonella, nel periodo sceriffi&lavavetri che ha farcito i media per qualche giorno, fino a sgonfiarsi, arido e imbarazzante.
La banda fece fuoco su due lavavetri, questo episodio è rimasto impigliato nel cervello di adolescente distratto che andava a ballare al Candilejas finendo a parcheggiare alla Coop di via Gorky, uno degli innumerevoli siti bolognesi tristemente noti.
È come se davvero questa banda in certi momenti avesse fatto da braccio armato a quell’immaginario popolar fascista che di giorno in giorno si fa più arrogante e scostumato. Una giustizia che allarga la forbice tra la forza brandita con i deboli e l’impotenza verso i forti. Una volontà di ordine e pulizia, un’intolleranza ottusa e mal riposta. Testosterone e armi, razzismo puro e disprezzo della vita umana. Inutile uccidere un testimone che ha preso il numero di targa di un’auto rubata. Antonella finisce il testo con l’agghiacciante cronologia degli atti criminali della banda. Alla quindicesima azione scappa il primo morto, un poliziotto che avrebbe dovuto sventare un tentativo di estorsione ai danni del proprietario di un autosalone che si rivolge alla polizia perché non accetta il ricatto (i soldi per evitare di vedersi bruciati i locali). Qualcosa non funziona quando scatta la trappola, a terra rimane l’uomo e due agenti sono feriti. Da questo fattaccio sembra prendere il via la seconda fase, quella più folle e sanguinosa. Le testimonianze e le ammissioni di Roberto Savi richiamano alla mente le posizioni di Mario Moretti sugli anni brigatisti. Rifiuto e derisione di ogni dietrologia. Niente protezioni né complicità istituzionali. Efficienza e fortuna alla base di tutto. E basta.
Questa recensione non rende piena giustizia agli intarsi del libro, le bizzarrie inquietanti che solo la storia e la cronaca di questo paese sa dispensare. Qualcuno si ricorda di cinque carabinieri morti nella caserma di Bagnara di Romagna? Muri ridipinti in pochi giorni, nessun rilievo, funerali a tempo di record, omelia short version…

Avrei voluto vedere più gente alla presentazione bolognese di UNO BIANCA TRAME NERE. Avrei voluto vedere giornalisti, telecamere del TG3 e di E-TV (Tele Caffarra, la televisione locale che Bologna merita ). Temo che il processo degenerativo di questa città sia davvero inarrestabile.

Scarica il libro in versione elettronica (il libro è rilasciato con licenza Creative Commons)

Da Carmilla del  24 dicembre 2007

Umberto Saba, parricidi&fratricidi

“Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.”
Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini (1946)

 

Primo Levi, Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, Se questo è un uomo (1947)

 

Qui il testo completo:
levi_se_questo_e_un_uomo

Oppure qui:
se questo è un uomo

Boris Pahor, Triangoli rossi

“Ogni Giorno della memoria si ripete sempre nello stesso modo: si parla molto di Auschwitz, si parla di Birkenau o Treblinka, di Buchenwald o di Mauthausen, ma quasi mai di Dora-Mittelbau, di Natzweiler-Struthof e altri campi riservati ai Triangoli rossi, i deportati politici. E spesso mi risentivo, qualche volta a voce alta, non perché sono stato un Triangolo rosso anch’io, bensì perché avere sul petto, sotto il numero che sostituiva il nome e il cognome, il triangolo rosso, significava che ero stato catturato perché come soldato non mi ero presentato all’autorità militare nazista, ma avevo scelto di oppormi in nome della libertà. Ecco, questa era la ragione del mio risentimento: bisognava ricordare come l’opposizione nei diversi paesi si fosse organizzata anche in resistenza attiva, certo soprattutto clandestina, ma non solo.”
Boris Pahor, Triangoli rossi (2015)

pahor

Luciano Bianciardi, sessualità simbolica

“Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell’evacuazione seminale, unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta, il resto è puro simbolo che serve a spingerti all’attivismo vacuo. Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone, questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta, ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.”
Luciano Bianciardi, La vita agra (1962)

Arbeit Macht Frei

Nelle tue miserie
Riconoscerai
Il significato
Di un arbeit macht frei.

Tetra economia
Quotidiana umiltà
Ti spingono sempre
Verso arbeit macht frei.

Consapevolezza
Ogni volta di più
Ti farà vedere
Cos’è arbeit macht frei.
AreA,  Arbeit macht frei (1973)

Primo Levi, Arbeit macht frei
Come è noto, erano queste le parole che si leggevano sul cancello di ingresso nel Lager di Auschwitz. Il loro significato letterale è «il lavoro rende liberi»; il loro significato ultimo è assai meno chiaro, non può che lasciare perplessi, e si presta ad alcune considerazioni.

Il Lager di Auschwitz era stato creato piuttosto tardi; era stato concepito fin dall’inizio come campo di sterminio, non come campo di lavoro. Divenne campo di lavoro solo verso il 1943, e soltanto in misura parziale ed in modo accessorio; e quindi credo da escludersi che quella frase, nell’intento di chi la dettò, dovesse venire intesa nel suo senso piano e nel suo ovvio valore proverbiale-morale.

È più probabile che avesse significato ironico: che scaturisse da quella vena di umorismo pesante, protervo, funereo, di cui i tedeschi hanno il segreto, e che solo in tedesco ha un nome. Tradotta in linguaggio esplicito, essa, a quanto pare, avrebbe dovuto suonare press’a poco così:
«Il lavoro è umiliazione e sofferenza, e si addice non a noi, Herrenvolk, popolo di signori e di eroi, ma a voi, nemici del terzo Reich. La libertà che vi aspetta è la morte».

In realtà, e nonostante alcune contrarie apparenze, il disconoscimento, il vilipendio del valore morale del lavoro era ed è essenziale al mito fascista in tutte le sue forme. Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. Questa volontà appare già chiara nell’aspetto antioperaio che il fascismo italiano assume fin dai primi anni, e va affermandosi con sempre maggior precisione nella evoluzione del fascismo nella sua versione tedesca, fino alle massicce deportazioni in Germania di lavoratori provenienti da tutti i paesi occupati, ma trova il suo coronamento, ed insieme la sua riduzione all’assurdo, nell’universo concentrazionario.

Allo stesso scopo tende l’esaltazione della violenza, essa pure essenziale al fascismo: il manganello, che presto assurge a valore simbolico, è lo strumento con cui si stimolano al lavoro gli animali da soma e da traino.
Il carattere sperimentale dei Lager è oggi evidente, e suscita un intenso orrore retrospettivo. Oggi sappiamo che i Lager tedeschi, sia quelli di lavoro che quelli di sterminio, non erano, per così dire, un sottoprodotto di condizioni nazionali di emergenza (la rivoluzione nazista prima, la guerra poi); non erano una triste necessità transitoria, bensì i primi, precoci germogli dell’Ordine Nuovo. Nell’Ordine Nuovo, alcune razze umane (ebrei, zingari) sarebbero state spente; altre ad esempio gli slavi in genere ed i russi in specie sarebbero state asservite e sottoposte ad un regime di degradazione biologica accuratamente studiato, onde trasformarne gli individui in buoni animali da fatica, analfabeti, privi di qualsiasi iniziativa, incapaci di ribellione e di critica.

I Lager furono dunque, in sostanza «impianti piloti» anticipazioni del futuro assegnato all’Europa nei piani nazisti. Alla luce di queste considerazioni, frasi come quella di Auschwitz, «Il lavoro rende liberi», o come quella di Buchenwald, «Ad ognuno il suo», assumono un significato preciso e sinistro. Sono, a loro volta, anticipazioni delle nuove tavole della Legge, dettata dal padrone allo schiavo, e valida solo per quest’ultimo.

Se il fascismo avesse prevalso, l’Europa intera si sarebbe trasformata in un complesso sistema di campi di lavoro forzato e di sterminio, e quelle parole, cinicamente edificanti, si sarebbero lette sulla porta di ingresso di tutte le officine e di tutti i cantieri.
Primo Levi, in «Triangolo Rosso», Aned, novembre 1959.

lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

“Ricordatevi che la Resistenza non è affatto finita con la disfatta del fascismo. È continuata e continua contro tutto ciò che sopravvive di quella mentalità, di quei metodi; contro qualsiasi sistema che dà a pochi il potere di decidere per tutti. Continua nella lotta dei popoli soggetti al colonialismo, all’imperialismo, per la loro effettiva indipendenza. Continua nella lotta contro il razzismo”
Giovanni Pirelli, Introduzione a Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

documentario di presentazione del libro:


base di dati Ultime lettere di condannati a morte e di deportati della Resistenza italiana

 

Kurt Vonnegut, madre notte

“Questo è l’unico dei miei racconti di cui conosca la morale. Non è una morale meravigliosa, non credo; si dà soltanto il caso ch’io sappia di quale morale si tratti: noi siamo quel che facciamo finta di essere, sicché dobbiamo stare molto attenti a quel che facciamo finta di essere.”

“C’è un’altra morale, evidentemente, in fondo a questo racconto, ora che ci penso: quando sei morto, sei morto. E ancora un’altra me ne viene in mente adesso: fai all’amore quando puoi. Ti fa bene.”

“Dite quel che volete del sublime miracolo di una fede senza dubbi, ma io continuerò a ritenerla una cosa assolutamente spaventosa e vile.”
Kurt Vonnegut, Madre notte (1961)

Qui una recensione del romanzo:
recensione “Madre notte”

Qui il trailer del film tratto dal romanzo:

Karl Kraus, la terza notte di Valpurga

“Su Hitler non mi viene in mente niente. Sono consapevole di essere rimasto con questo risultato, frutto di tanto pensare e di tanti tentativi di comprendere gli eventi e la loro forza motrice, molto al di sotto delle aspettative. Perché queste erano forse eccessive nei confronti dello scrittore polemico al quale per un equivoco grossolano si richiede quella prestazione solitamente chiamata “presa di posizione” e che, ogni qualvolta un male ha urtato anche solo relativamente la sua sensibilità, ha fatto quel che si definisce “tenere testa”. Ma ci sono mali di fronte ai quali questa cessa di essere una metafora e il cervello, che è dentro la testa e che ha la sua parte in tali azioni, si considera incapace di qualsiasi pensiero”.
Karl Kraus, La terza notte di Valpurga (1933)

Qui una recensione di La terza notte di Valpurga:
la verità all’inferno