b. filosofi

Banazità

Quel che ora penso veramente è che il male non è mai radicale, ma soltanto estremo, e che non possegga né profondità né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero, perché si espande sulla superficie come un fungo. È una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s’interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità.

Hannah Arendt, La banalità del male (1963)

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Gerhart Zacharias, Una strana epifania di Dioniso

L’esclusione del dionisiaco e, insieme ad essa, quella dell’elemento oscuro, femminile, a essa legata, è uno dei problemi centrali del cristianesimo. Uno stato di estremismo produce effetti funesti, poiché ciò che viene escluso non è superato, ma assume forme ostili alla propria stessa posizione.
Così, il materialismo che lotta contro il cristianesimo è una forma del “grande femminino” (“materia”, da “mater”) che il cristianesimo non è riuscito a superare.
Nel romanticismo del sangue e del suolo, col suo culto del passato che ha tratto a sé innumerevoli vittime, nel ribellismo giovanile, nel fanatismo calcistico e in tante manifestazioni estemporanee, il dionisismo represso trova espressione.
Dal superamento di questa frattura, che sciaguratamente domina il nostro tempo, dipende il destino dell’Occidente.
Gerhart Zacharias, Una strana epifania di Dioniso, 1959
(in Il dio dell’ebrezza, a cura di E. Zolla, 1998)

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C’è chi dice NO

Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e dice no. Che cosa significa questo no?
Significa, per esempio: «Le cose hanno durato abbastanza», «esistono limiti che non possono essere superati», «fin qui, sì, al di là, no», o ancora: «andate troppo in là». Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Sotto un’altra forma ancora la stessa idea si ritrova nella sensazione dell’uomo in rivolta che l’altro ‘esageri’, «che non ci siano ragioni per», alla fine «ch’egli oltrepassi il suo diritto», fondando, per concludere, la frontiera il diritto. Non esiste rivolta senza la sensazione di avere in se stessi in qualche modo e da qualche parte ragione. È per questo che il funzionario in rivolta dice ad un tempo sì e no. Perché afferma, assieme alla frontiera, tutto ciò che custodisce e preserva al di qua della frontiera. Afferma che in lui c’è qualcosa di cui vale la pena prendersi cura.”
Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951

 

Franco ‘Bifo’ Berardi, Il nazismo senza baffetti

Nei decenni culminanti della modernità considerammo il Nazismo un fenomeno estinto, passato, cancellato dalla storia. Per tranquillità lo definimmo Male Assoluto, e non se ne parla più. Identificando il nazismo con Auschwitz abbiamo finito per accettare Gaza, pensando: quello che accade è terribile, ma non è mica Auschwitz. Stiamo tranquilli.
Il nazismo è diventato una sceneggiatura fosca che assolve preventivamente la violenza coloratissima della democrazia capitalista. Ma ora poco alla volta cominciamo a capire che il capitalismo democratico perde energia e futuro, forse perché alla lunga la democrazia non può convivere con il capitalismo.

La forma storica del nazional-socialismo hitleriano non si ripresenterà, ovviamente. Ma già nel 1946 Karl Jaspers consigliava di distinguere tra la manifestazione storica del nazismo e il suo significato essenziale.
Per Gunther Anders il nazismo ha solo costituito la prima, brutale, manifestazione di una tendenza profonda della modernità tecnologica: «La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria”. Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno (“Reich”) che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l’operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì».

E aggiunge: «l’orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, p. 66). Cercando di definire il nazismo sono giunto a individuarne tre caratteri essenziali, che a mio parere si sono ripresentati separatamente in momenti diversi della storia planetaria negli ultimi decenni.

Se questi caratteri un giorno si ripresenteranno insieme (dicevo a me stesso scrutando l’orizzonte) allora dovremo dire che il Nazismo ha vinto la sua battaglia secolare contro il Comunismo Bolscevico e contro la Democrazia liberista. Questo non accadrà, mi dicevo. Negli ultimi anni però si rafforza in me l’impressione che lo scenario mondiale stia realizzando quell’infausta eventualità: i tre caratteri che nella mia (discutibilissima) definizione individuano il nazismo, si stanno ripresentando insieme. Ma quali sono questi tre caratteri?

Il primo è quello di cui parla Anders: il primato del funzionale, il primato della perfezione tecnica rispetto alle forme irregolari della vita. Non c’è dubbio che questo primato è oggi riproposto dalla governance tecno-linguistica, modalità di dominio post-politico del capitalismo finanziario, ma di per sé questo non basta per definire il capitalismo finanziario come nazismo.

Il secondo carattere è la trasformazione della frustrazione operaia in aggressività nazionale in fasi di impoverimento e di umiliazione del fronte del lavoro. E’ quello che accadde negli anni Venti in Germania, quando Hitler interpretò la sofferenza dei lavoratori come umiliazione nazionale. Ma è anche quello che oggi accade in paesi come la Polonia il Regno Unito, l’Ungheria, e si prepara ad accadere in Francia. Neppure la reazione anti-globalista che si sta scatenando nel mondo e particolarmente in Europa , basta a mio parere per definire pienamente come nazismo la condizione presente.

Il terzo carattere è quello che riusciamo a cogliere soltanto se ci poniamo in una prospettiva di tipo evolutivo, meta-storico. Nel suo Essai sur linegualité des races humaines (1853), il conte Alfred de Gobineau non si limita ad affermare la superiorità della razza ariana, ma intravvede all’orizzonte il pericolo, anzi la tendenza fortissima verso la contaminazione e la degradazione di questa razza superiore. Al di là della rozzezza della sua analisi, de Gobineau coglie un filone profondo (profondissimo) dell’inconscio planetario tardo-moderno, un filone che a lungo abbiamo intravisto senza volerne riconoscere la potenza: il sentimento del declino della cultura bianca occidentale.

Il fatto che il concetto di razza sia un non-concetto, il fatto che scientificamente questa parola non corrisponda a niente non significa che l’identificazione fantasmatica dell’(autodefinitasi) razza bianca abbia giocato un ruolo decisivo nella storia del colonialismo moderno, del nazismo novecentesco, e oggi giochi un ruolo decisivo (la cui potenza non possiamo ancora pienamente apprezzare) nella catastrofe finale del capitalismo.
L’ascesa di Donald Trump sulla scena politica nordamericana (a prescindere dal fatto che vinca o perda) segnala proprio questo: impoverita dalla globalizzazione del mercato del lavoro, rimbambita dalla birra e dagli psicofarmaci, inviperita per la sconfitta strategica provocata dal presidente più ignorante della storia e dal suo consigliere malefico Dick Cheney, la «razza bianca» rivendica il proprio primato. Make America Great Again significa solo: Make white race superior again. Lo spirito del Ku Klux Klan si è ingigantito negli anni in cui un presidente nero (coltissimo e bellissimo a differenza degli zucconi obesi della razza bianca) ha occupato obbrobriosamente la Casa Bianca.

Il declino demografico è iscritto nell’evoluzione psico-sessuale dell’occidente. Il declino estetico è iscritto nei cibi ipercalorici e nelle droghe con cui la razza bianca placa la sua ansia. Inoltre la razza pura può essere contaminata, infiltrata, distrutta geneticamente dall’invasione di alieni.

Il discorso sulla fertilità è passato senza troppe critiche negli anni passati. Nella laica Francia, dove il laicismo diviene teocratico perché pretende di essere portatore di una verità superiore (e i nouveaux philosophes invecchiati male hanno le loro colpe in questa dittatura del pensiero libero, vero Finkielkraut?), nella laica Francia dicevo, si mena vanto di aver restituito vigore alla fertilità delle donne francesi con opportune politiche di finanziamento della messa al mondo.

Nella cattolica Polonia ha vinto recentemente le elezioni un partito nazional-integralista guidato da un gemello bigotto che va orgoglioso perché non ha mai messo piede fuori dall’amata patria (con l’eccezione di un viaggio in Vaticano quando non c’era un papa comunista). Come ha vinto le elezioni Kazinski? Le ha vinte con un programma socialista, poche storie. Ha promesso di riportare l’età della pensione da 67 a 60 anni, ha promesso aumenti salariali (il salario medio è intorno ai 500 euro), ha promesso di ri-finanziare servizi sanitari che il governo neoliberale democratico aveva impoverito per far bella figura con la signora Merkel.

Cosa ha realizzato il governo Kazinski del suo programma socialista? Niente da fare per gli aumenti salariali, né per le pensioni a 60 anni, nemmeno soldi per rifinanziare il sistema sanitario. Sapete quale misura socialista ha implementato il governo Kazinski? 500 szloti in più per ogni figlio che una coppia mette al mondo.

Adesso si parla di fertilità anche in Italia: il Ministero della Sanità invita le donne italiane a darsi una mossa. A sinistra la risposta contro i proclami ideologici del partito della famiglia consiste nel dire che se ci fossero maggiori servizi per le donne allora sì che ricominceremmo a moltiplicarci. Ma da dove deriva questa fissazione secondo cui fare figli sarebbe meglio che non farli? La fissazione sulla fertilità del popolo non si spiega se non si considera il riemergere psicotico del razzismo bianco.

La riduzione della popolazione futura provocherà un problema di tipo fiscale? Basterebbe accogliere un maggior numero di stranieri. Già ora coprono una parte decisiva delle entrate del sistema previdenziale. Basterebbe stimolare le adozioni, facilitare le procedure, dare cittadinanza europea a quelle centinaia di migliaia di bambini che vagano tra un campo di concentramento turco e uno greco senza più famiglia. No, rispondono Kazinski Lorenzin e Manuel Valls, perché così la razza bianca si estingue. Sai che guaio. Si tratta di idiozie, è del tutto evidente. Ma questa idiozia che si chiama identità sta mobilitando un numero crescente di persone che il capitale finanziario ha impoverito e continua imperterrito a impoverire.

Hitler disse ai lavoratori tedeschi che non erano lavoratori sconfitti ma vittoriosi guerrieri tedeschi. La stessa cosa hanno detto Nigel Farage ai lavoratori britannici e il gemello Kazinski ai lavoratori polacchi. E soprattutto la stessa cosa la sta dicendo Donald Trump ai lavoratori americani, che dovranno scegliere tra votare il Ku Klux Klan o una signora che dipende politicamente e culturalmente dalla Goldman Sachs.

La prima cosa da fare perché la razza bianca possa prosperare, naturalmente, è convincere le donne a far figli. La ragione suggerirebbe di riflettere un momento: la razza bianca non esiste, non può né estinguersi né prosperare. Esistono culture in perenne divenire, ma la loro evoluzione progressiva e pacifica non dipende dalle ovaie né dallo sperma. Dipende dalle scuole, dai libri, dall’amicizia, dalla condivisione delle risorse, e dalla pace.

Il signor Valls, dopo aver letto troppo Finkielkraut, manda la polizia a togliere i vestiti alle donne islamiche, costrette a subire l’imposizione macho-fanatica. Così i mariti le chiuderanno in casa e andranno da soli a farsi il bagno in mutande. Bravo Valls. Non sarebbe più sensato, più coraggioso e lungimirante dare la cittadinanza europea alle donne che chiedono rifugio contro l’imposizione violenta dei maschi islamici?

Dal sito Operaviva, 08 settembre 2016.

Michel Foucault, introduzione alla vita non-fascista

Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere? Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.

Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.

Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.

Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.

Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.

Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.

Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.

Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.

Non innamorarsi del potere.

Michel Foucault, Prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari,  Antiedipo (1972)

 

Da Pesce Babele

 

Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager

“Questo intervento (…) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.
Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione. Secondo Giorgio Cremaschi – dirigente dell’unica sigla sindacale che ha rifiutato di firmare l’accordo, la Fiom –, gli eventi di Mirafiori (e prima ancora di Pomigliano) non trovano alcun precedente storico che li eguagli per gravità, a meno di risalire fino all’accordo del 2 ottobre 1925 sottoscritto a Palazzo Vidoni da Mussolini, padronato industriale e sindacati fascisti e corporativi. Quell’accordo sanciva la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei fiduciari nominati dai sindacati firmatari. Ieri come oggi: fine della democrazia in fabbrica e rappresentanza concessa ai soli sindacati collaborativi.”
Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager, “aut aut”,350, 2011

Qui il testo completo:
fascismo manager

Oppure qui:
fascismo manager

Ascoltate quello che dice Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, dal minuto 42.20: Starace
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”

Karl Marx, bonapartismo

“Tutte le classi e tutti i partiti si erano uniti durante le giornate di giugno nel partito dell’ordine per fronteggiare la classe proletaria, considerata come il partito dell’anarchia, del socialismo, del comunismo. Essi avevano “salvato” la società dai “nemici della società”. Essi avevano dato alle loro truppe le parole d’ordine della vecchia società: “Proprietà, famiglia, religione, ordine”, e gridato alla crociata controrivoluzionaria: “In questo segno vincerai!”. A partire da questo momento, non appena uno dei numerosi partiti che sotto questa insegna si erano schierati contro gli insorti di giugno cerca, nel suo proprio interesse di classe, di tenere il campo della rivoluzione, viene schiacciato al grido di “proprietà, famiglia, religione, ordine”. La società viene salvata tanto più spesso, quanto più si restringe la cerchia dei suoi dominatori, quanto più un interesse più ristretto prevale sugli interessi più larghi. Ogni rivendicazione della più semplice riforma finanziaria borghese, del liberalismo più ordinario, del repubblicanesimo più formale, della democrazia più volgare, viene ad un tempo colpita come “attentato contro la società” e bollata come “socialismo”. E alla fine gli stessi grandi sacerdoti della “religione e dell’ordine” vengono cacciati a pedate dai loro tripodi pitici, strappati in piena notte dai loro letti, stivati nelle vetture cellulari, gettati in carcere o spediti in esilio. Il loro tempio viene raso al suolo, la loro bocca suggellata, la loro penna spezzata, la loro legge infranta, in nome della religione, della proprietà, della famiglia, dell’ordine. Borghesi fanatici dell’ordine vengono fucilati ai loro balconi da bande di soldati ubriachi, il sacrario della loro famiglia viene profanato, le loro case vengono bombardate per passatempo in nome della proprietà, della famiglia, della religione e dell’ordine. La feccia della società borghese forma, in ultima istanza, la falange sacra dell’ordine e Crapülinski [Luigi Bonaparte], l’eroe, fa il suo ingresso alle Tuileries come “salvatore della società”.”
Karl Marx, Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte (1852)

Qui il testo completo di Marx:
18brumaio

Oppure qui:
18 Brumaio

Bifo, c’è una via d’uscita dalla guerra civile globale?

“Il globalismo ha prodotto la cancellazione dell’universalismo moderno: i capitali si spostano liberamente dovunque e il mercato del lavoro è unificato globalmente, ma questo non comporta la libera circolazione di donne e di uomini, né l’affermazione della ragione universale nel mondo. Piuttosto il contrario: poiché le energie intellettuali della società sono catturate dalla rete di astrazione finanziaria, nel momento in cui il lavoro cognitivo è sottomesso all’astratta legge del valore, e la comunicazione umana è trasformata in interazione astratta tra agenti digitali disincarnati, il corpo sociale si stacca dall’intelletto generale. La sussunzione dell’intelletto generale da parte del regno dell’astrazione semiotica priva la comunità vivente di intelligenza, comprensione e capacità emozionale.

E il corpo decerebrato reagisce: da un lato un’onda enorme di sofferenza mentale, dall’altro lato la ben pubblicizzata cura per la depressione: fanatismo, fascismo e guerra. E alla fine il suicidio.”
Franco ‘Bifo’ Berardi, C’è una via d’uscita dalla guerra civile globale? (2015)

Qui il testo integrale dell’articolo:
Bifo

Oppure qui:
parte 1
e qui:
parte 2

Ludovico Geymonat, la sconfitta della Resistenza

“La Resistenza è stata sconfitta poiché le è stato impedito (o lei stessa non vi è riuscita) di modificare le strutture di fondo della nostra società e dello stato italiano. Il fascismo invece, in ultima analisi è risultato vincitore. Certamente il fascismo di facciata è crollato, ma il fascismo vero, quello che si è radicato nelle strutture dello stato, in una certa mentalità per la gestione del potere, quello che ha creato le proprie gerarchie burocratiche e il proprio apparato di potere, ebbene questo fascismo è uscito pressoché indenne dalla bufera della Resistenza e ha mantenuto intatto il suo potere all’interno dello stato, delle forze di polizia, delle questure, delle carceri e della magistratura. Questo fascismo più profondo e più pericoloso ha guidato e controllato ancora una volta lo sviluppo post-bellico della nazione”
Ludovico Geymonat, La società come milizia (1989)

Dall’indice del volume:
Per un’analisi critica della Resistenza.
1. La libertà di discussione è un prodotto storico.
2. Il cadavere dell’Italia fascista.
3. Il ruolo dei partigiani, il significato della loro rotta e le loro speranze.
4. Prima sconfitta: la mancata epurazione. (Il burocrate scaccia il partigiano).
5. Seconda sconfitta: la restituzione delle armi.
6. Terza sconfitta: la trappola della Costituente e la conservazione della legislazione fascista.
7. Quarta sconfitta: i padroni della nazione non cambiano.
8. Quinta sconfitta: i rappresentanti politici della Liberazione non contano nulla.
9. Sesta sconfitta: sostanziale continuità della cultura tradizionale.
10. L’Italia pre-fascista e quella contemporanea: un confronto.
11. La mancata applicazione della Costituzione è la controprova della sconfitta della Resistenza.
12. Il contrasto tra Nord e Sud tra le cause della sconfitta della Resistenza.
13. La critica dell’indifferentismo come premessa per un’azione consapevole.

milizia

Qui una recensione:
il filosofo armato

Piergiorgio Odifreddi, dieci volte peggio dei nazisti

“Uno dei crimini più efferati dell’occupazione nazista in Italia fu la strage delle Fosse Ardeatine. Il 24 maggio 1944 i tedeschi “giustiziarono”, secondo il loro rudimentale concetto di giustizia, 335 italiani in rappresaglia per l’attentato di via Rasella compiuto dalla resistenza partigiana il 23 maggio, nel quale avevano perso la vita 32 militari delle truppe di occupazione.
A istituire la versione moderna della “legge del taglione”, che sostituiva la proporzione uno a uno del motto “occhio per occhio, dente per dente” con una proporzione di dieci a uno, fu Hitler in persona. Il feldmaresciallo Albert Kesserling trasmise l’ordine a Herbert Kapper, l’ufficiale delle SS che si era già messo in luce l’anno prima, nell’ottobre del 1943, con il rastrellamento del ghetto di Roma. E quest’ultimo lo eseguì con un eccesso di zelo, aggiungendo di sua sponte 15 vittime al numero di 320 stabilito dal führer.

Dopo la guerra Kesserling fu condannato a morte per l’eccidio, ma la pena fu commutata in ergastolo e scontata fino al 1952, quando il detenuto fu scarcerato per “motivi di salute” (tra virgolette, perché sopravvisse altri otto anni). Anche Kappler e il suo aiutante Eric Priebke furono condannati all’ergastolo. Il primo riuscì a evadere nel 1977, e morì pochi mesi dopo in Germania. Il secondo, catturato ed estradato solo nel 1995 in Argentina, è tuttora detenuto in semilibertà a Roma, nonostante sia ormai quasi centenario.

In questi giorni si sta compiendo in Israele l’ennesima replica della logica nazista delle Fosse Ardeatine. Con la scusa di contrastare gli “atti terroristici” della resistenza palestinese contro gli occupanti israeliani, il governo Netanyau sta bombardando la striscia di Gaza e si appresta a invaderla con decine di migliaia di truppe. Il che d’altronde aveva già minacciato e deciso di fare a freddo, per punire l’Autorità Nazionale Palestinese di un crimine terribile: aver chiesto alle Nazioni Unite di esservi ammessa come membro osservatore!

Cosa succederà durante l’invasione, è facilmente prevedibile. Durante l’operazione Piombo Fuso di fine 2008 e inizio 2009, infatti, compiuta con le stesse scuse e gli stessi fini, sono stati uccisi almeno 1400 palestinesi, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, a fronte dei 15 morti israeliani provocati in otto anni (!) dai razzi di Hamas. Un rapporto di circa cento a uno, dunque: dieci volte superiore a quello della strage delle Fosse Ardeatine.

Naturalmente, l’eccidio di quattro anni fa non è che uno dei tanti perpetrati dal governo e dall’esercito di occupazione israeliani nei territori palestinesi. Ma a far condannare all’ergastolo Kesserling, Kappler e Priebke ne è bastato uno solo, e molto meno efferato: a quando dunque un tribunale internazionale per processare e condannare anche Netanyau e i suoi generali?”
Piergiorgio Odifreddi, articolo pubblicato e poi censurato sul blog di “La Repubblica” il 19/11/2012