David Cooper, antipsichiatria

Quando introdussi il termine di antipsichiatria in un mio libro pubblicato sei anni fa [1968, ndr] col titolo Psichiatria e antipsichiatria non avevo idea di quanti innocenti lavoratori nel campo della follia – da entrambi le parti della barricata, quella presunta e quella vera tra pazzi e guaritori di pazzi – si sarebbero impigliati in una tela mitica e piena di mistica che si venne a creare più tardi intorno a questa apparentemente semplice parola composta.
L’antipsichiatria era e rimane per me ancora suscettibile di definizione, e se fino a oggi ho soltanto cercato di mostrare con esempi quello che intendo con questo concetto, è giunto ormai il momento di enumerare senza equivoci i punti di contraddizione opposizionale che esistono tra questa entità apparentemente negativa e la professione positiva e manifestamente ancora in atto che è riconosciuta ufficialmente come Psichiatria Clinica.
Per prima cosa dobbiamo riconoscere il gioco di struttura della psichiatria; il modo cautamente noncurante che ha di allontanarsi dalla tradizione curativa della medicina per diventare parte del sistema di stato per indurre il conformismo e ridurre gli individui. Una tradizione scientifica che si basa sull’esperienza, sulla diagnosi, sulla prognosi, e la cura diventa, ad opera della cura psichiatrica, un’operazione micropolitica per etichettare e distruggere sistematicamente.
L’antipsichiatria tenta di capovolgere le regole del gioco psichiatrico come preludio all’eliminazione di tali giochi. Possiamo prendere come esempio il caso della “diagnosi” e considerare in seguito cosa potrebbe essere un’antidiagnosi. Una ragazza che conobbi in un istituto psichiatrico fu diagnosticata schizofrenica perchè, tar le altre cose, aveva “l’illusione” di essersi mutata in una pianta verde lunga, rampicante, che cresceva ogni giorno rivolta al sole, ed esprimeva questo stato con strani movimenti del corpo, lenti, contorcenti che iniziavano dai piedi, risalivano poi per il corpo e finivano con le braccia aperte sopra il capo. Un’antidiagnosi consisterebbe qui non in un’etichetta posta da un osservatore che la oggettivi, ma nell’affermazione centrale della stessa ragazza su quel che essa stessa provava insieme alla sua bellissima danza come veniva osservata dall’altro. La necessità di un testimone è certo uno dei bisogni umani più profondi su cui tornerò nel corso di questo libro. Solo una persona profondamente mistificata può aver bisogno di una diagnosi per avere la “sicurezza” di essere etichettata definitivamente, giacché la diagnosi è un modo di non osservare, è la via all’oggettivazione dell’altro in contrasto con l’intersoggettività dell’osservatore. Certo può essere importante arrivare a capire l’esperienza della trasformazione in pianta e la sua curiosa coreografia, ma solo in quanto ciò non violi la realtà presente della sua esperienza, per la quale essa aveva bisogno di un testimone, non di una interpretazione.
Un altro modo di capovolgere le regole del gioco psichiatrico consiste nell’attaccare la struttura a ruolo unidirezionale, di psichiatra versus paziente per sostituirla con un rapporto di reciprocità. La reciprocità è impossibile dentro la struttura infantilistica e paternalistica delle istituzioni psichiatriche o in molte situazioni psicoterapeutiche dove il contesto strutturalizzato preclude la reciprocità.
La caratteristica principale dell’antipsichiatria è forse il riconoscere la necessità di una non interferenza attiva che tenda ad un’apertura dell’esperienza piuttosto che ad una chiusura dell’esperienza. La condizione per questa possibilità è di stare con altre persone giuste, cioè persone che abbiano esplorato a sufficientemente la loro interiorità e la loro disperazione.
Infine l’antipsichiatria è politica e sovversiva, per sua natura intrinseca, agli occhi dell’ordine sociale repressivo borghese; non solo perché ratifica certe forme di comportamento che sono profondamente conformiste, ma anche perché implica una liberazione sessuale radicale.
David Cooper, Grammatica del vivere (1974)
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