Commentari al fascismo n°1: politicanti

1.0. Il rapporto di Reich con le organizzazioni politiche fu, come è noto, assai tormentato. Ne conseguì una radicale critica della politica in toto, a cui però Reich non seppe dare altra alternativa che una generica “democrazia del lavoro“, fondata sulla naturale socialità umana, sulla funzionale cooperazione lavorativa, sulla razionalità della scienza. Fondamenti utili a non chiudersi in un totale pessimismo ma di ben scarsa efficacia contro l’isolamento decretato, con significativa convergenza, dai partiti di ispirazione marxista e dalla Società psicanalitica.
Durante l’esilio americano, nonostante boicottaggi e diffamazioni, Reich potette godere di un lungo periodo di tranquillità, in cui sviluppare le sue ricerche, l’attività terapeutica, i suoi laboratori, da qui una fiducia (non certo acritica) verso il sistema politico statunitense che gli si rivelò fatale.
Durante la lunga rielaborazione della Psicologia di massa del fascismo, la critica reichiana alla politica si sviluppa su più strati, che possono generare letture a prima vista contraddittorie, occorre dunque procedere con cautela.

1.1. 
Di fronte al fallimento dei partiti di ispirazione marxista, incapaci di impedire l’avvento del fascismo, Reich individua con precisione il punto archimedeo che manca alla rivoluzione sociale e su cui si fonda la reazione fascista: la morale sessuale coercitiva.
Il funzionalismo orgonomico si presenta costantemente nelle sue opere come un arricchimento del materialismo dialettico e non manca mai di tributare Marx, Engels e Lenin come maestri predecessori, verso cui non muove mai le critiche radicali che rivolge allo stesso Freud.
Al marxismo manca qualcosa che l’applicazione del materialismo dialettico alle scoperte della psicologia e dell’antropologia (Freud e Malinowski) può integrare. Viceversa, il misticismo fascista eredita millenni di sessuofobia patriarcale e li mette al massimo profitto.
Di fronte all’ostracismo più totale decretato da tutti gli ambiti del marxismo ufficiale, Reich non avanza la pretesa di sostenere il marxismo “autentico”, non aderisce neppure alle frazioni minoritarie trotskiste o consiliariste (con cui pure si può rilevare una maggiore sintonia) ma opta per un abbandono formale del gergo marxista, mantenendo il nucleo della critica allo stato di cose presenti.

1.2. Lo Stato borghese deve essere abbattuto e sostituito con la dittatura proletaria, che crei le condizioni per l’autogoverno. In questo, Reich segue rigorosamente il pensiero di Engels e Lenin e la loro critica all’anarchismo ed alla socialdemocrazia.
La critica alla costruzione dello Stato socialista in URSS merita una trattazione a sé, basti per ora sottolineare che non è tanto agli arretramenti imposti dalla situazione oggettiva che Reich rivolge la sua critica, quanto al fatto che un arretramento venga presentato come un avanzamento.

1.3.  La critica alla democrazia rappresentativa, al liberalismo politico, alla stessa “libertà di opinione”, è drastica: in questo ambito ha potuto crescere e vincere il fascismo “in modo perfettamente legale“, segno che qualche cosa deve essere sbagliato concettualmente.

1.4. Ecco quindi che la politica si rivela come menzogna arbitraria, quintessenza della peste emozionale, che deve essere abolita con lo Stato. Il politicante non è altro che un parassita nocivo, indipendentemente dalla bandiera sotto cui si nasconde: se la bandiera è rossa, non avremo altro che un fascista rosso.

1.5. A 70 anni di distanza, non si può che rilevare come le previsioni più pessimistiche di Reich si siano rivelate implacabilmente esatte, mentre la flebile speranza nella “democrazia del lavoro” sia rimasta un auspicio.
Ogni futuro movimento di liberazione, se vorrà ottenere dei risultati, non potrà prescindere dall’affrontare questo problema, liberandosi in primo luogo dai politicanti.

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