camicia di forza

“Uno studente di giurisprudenza criminale si rende conto durante gli anni di studio che le azioni antisociali degli uomini non devono essere considerate dei crimini, ma delle malattie, che quindi non devono essere punite, ma curate e prevenute. Lo studente abbandona dunque lo studio della giurisprudenza e inizia quello della medicina . Egli sostituisce le attività etico-formali con una attività pratico obiettiva. Poi si rende conto che la sua attività medica inizialmente dovrà servirsi di alcuni mezzi non medici. Per esempio vorrebbe eliminare la camicia di forza come metodo di cura per i malati mentali e sostituirla con una educazione preventiva. Ma, contrariamente alle sue intenzioni, è ancora costretto ad impiegare la camicia di forza; vi sono troppi malati mentali, non riesce a dominarli tutti e deve ancora impiegare metodi antiquati e cattivi, ma sempre con l’intenzione di sostituirli un giorno con metodi migliori.
Con l’andar degli anni il compito diventa più grande di lui. Non è all’altezza della situazione; si sa troppo poco sui malati mentali. Ve ne sono troppi; l’educazione li produce ogni giorno a migliaia. In quanto medico, deve proteggere la società dalle malattie mentali. Non riesce a mettere in pratica le sue buone intenzioni, deve riprendere vecchi metodi, che anni prima aveva violentemente condannato perché li voleva sostituire con metodi migliori. Fa più uso di camicie di forza; i suoi progetti educativi falliscono; non riesce ad agire come medico preventivo e ricorre perciò di nuovo alle misure previste dalle vecchie leggi. Il trattamento dei criminali, considerati come “malati”, è fallito, ed egli è di nuovo costretto a farli rinchiudere. Ma egli non ammette il suo fallimento, né a se stesso né agli altri. Non ne ha il coraggio. Forse non lo sa nemmeno. Ora afferma la seguente assurdità: “L’introduzione di camicie di forza e di prigioni per i malati di mente e per i criminali è un grande progresso nell’applicazione della mia arte medica“. Questa è la “vera” arte medica, questo rappresenta il raggiungimento del mio obiettivo iniziale.”
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo

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