commentari al fascismo n°0: premessa

0.0. Lo scopo di questa pagina è introdurre ed invitare alla lettura del libro di Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, di cui viene utilizzata l’edizione Einaudi-PBE, del 2002, traduzione di Furio Belfiore e Annelise Wolf .

0.1. Libro più citato che studiato, scritto a ridosso dell’avvento del nazismo in Germania (1933) e profondamente rielaborato, in occasione dell’edizione in lingua inglese, negli anni intorno alla fine della seconda guerra mondiale (1942-1946).
La pubblicazione del libro valse all’autore numerosi riconoscimenti, alcuni prevedibili altri decisamente funesti per chi li espresse ancor più di chi li subì:
– i nazisti mandarono il libro al rogo e costrinsero Reich all’esilio;
– la Società Internazionale di Psicoanalisi espulse Reich (che ne era uno dei massimi rappresentanti) diffamandolo in tutto il mondo come pazzo;
– il Partito Comunista Tedesco (KPD) espulse Reich e le sue opere vennero bandite in URSS con l’accusa di “freudianesimo“, ovvero di “idealismo piccolo-borghese“.
Tutte accuse, lo si capisce, oltremodo ingiuriose, che consegnarono l’opera a scaffali polverosi fino all’esplosione rivoluzionaria del ’68, quando il tema della liberazione sessuale attraversò i movimenti studenteschi e giovanili, senza trovare però più di tanto interesse nei teorici della “nuova sinistra”.

0.2. Oggi, l’interesse per Reich è confinato in ambienti “new-age”, che speculano con toni misticheggianti sulle intuizioni visionarie dei suoi ultimi anni (energia orgonica e sue sperimentazioni tecnologiche, superimposizione cosmica, ecc.) o in relativamente ristrette cerchie psicoterapeutiche e naturopatiche, per lo più condizionate dall’approccio “riduzionistico” di Alexander Lowen (a cui vanno comunque riconosciuti numerosi meriti nella diffusione e nella sperimentazione di validi strumenti terapeutici).

0.3. Rimane in ombra il valore politico e filosofico della ricerca di Reich, la cui attualità è tragicamente confermata dal riemergere di movimenti fascisti in tutto il mondo. In particolare, che simili movimenti riemergano con virulenza in paesi che appartenevano all’Unione Sovietica od erano suoi alleati, conferma l’analisi di Reich sul “fascismo rosso” e sulla necessità di arricchire il materialismo dialettico attraverso l’analisi critica delle ricerche scientifiche in ambito psicologico ed antropologico.

0.4. Accanto alle citazioni da Psicologia di massa del fascismo ed altri scritti di Reich, nella categoria “altri autori” sono compresi scritti su Reich e scritti sul fascismo di orientamento affine.
Le mie riflessioni sono raggruppate nella categoria “commentari al fascismo“.

Qui il testo:
wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo

Oppure qui:
https://unisafilosofiateoreticaonline.files.wordpress.com/2014/01/wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo.pdf

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STUPRI

Immigrati, carabinieri presunti antagonisti tre tipologie sociali in apparenza incommensurabili accomunate, però, dalla medesima pratica: lo stupro. Troppo facile la spiegazione razzista: gli stranieri stuprano; non da meno quella “antagonista”: questi sono i carabinieri; insensata quella perbenista: in certi ambienti è normale che accada ciò. Tutte spiegazioni in fondo tranquillizzanti perché individuano, e risolvono, il problema ascrivendolo, volta per volta, a una etnia, a una funzione, a una ideologia. Un modo come un altro per non voler vedere come quello che saltuariamente conquista le cronache sia un fenomeno particolarmente diffuso, specialmente tra le mura della sacralità familiare, che rappresenta un indicatore non secondario della putrefazione a cui è giunto il nostro “stile di vita” e dei “modelli culturali” a questo coevi. La violenza sulle donne, sulle trans e i bambini non è altro che la punta dell’iceberg di un modello sociale che attraversa tutti gli ambiti della nostra formazione sociale la quale si fonda palesemente sulla morale del chandala: FORTE CON I DEBOLI, DEBOLE CON I FORTI. Questo è esattamente ciò che, nel quotidiano, incontriamo. O si ritorna a osare, con Shakespeare, “Il tempo è breve e se noi viviamo è per calpestare dei re” oppure dobbiamo rassegnarci allo spavento senza fine del presente.

Emilio Quadrelli

MINNAZI

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico».
Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati. Ma quando questo avviene, allora, al termine della catena, sta il Lager.
Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano.
La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.”
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi,1958

Gino Strada

Misticismo&Masochismo

La tendenza di persone fanaticamente religiose ad infliggersi autolesioni, a compiere azioni masochiste eccetera conferma quanto abbiamo detto. La clinica sessuoeconomica riuscì infatti a dimostrare che il desiderio di essere picchiati o le autopunizioni nascono dal desiderio pulsionale di raggiungere una “distensione senza averne colpa”. Non esiste una tensione organica che non produca rappresentazioni di essere picchiati o torturati non appena la persona in questione si sente incapace di provocare da sola la distensione. Questa è la radice dell’ideologia passiva di sofferenza di tutte le vere religioni .
Dalla reale impotenza e sofferenza organica nasce il bisogno di trovare una consolazione, un sostegno e un appoggio dall’esterno, soprattutto contro le proprie pulsioni malvage, contro quelli che vengono chiamati «i peccati della carne».
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo

Rosso, Le giornate di Aprile ’75

“Le masse, le nuove generazioni hanno dimostrato di saper vedere dov’è il fascismo: non certo solo laddove vogliono mostrarcelo, ma soprattutto altrove, nella polizia in tutte le strutture dei corpi separati dello Stato, nel riformismo, nel terrorismo della socialdemocrazia e delle multinazionali. E’ questo che nelle giornate di aprile è stata attaccato, è l’ordine istituzionale che è stato denunciato, è l’orizzonte politico della socialdemocrazia e del riformismo che è stato incrinato.”

da Le giornate d’aprile, in “Rosso contro la repressione”, n.15, marzo-aprile 1975

Qui la rivista in pdf:
Rosso – contro la repressione

Oppure qui:
https://www.autistici.org/…/Giornale%20dentro%20il%2…/15.pdf

“Pagherete caro Pagherete tutto” Collettivo Cinema Militante 1975documentario prodotto dal collettivo del cinema militante durante le giornate dell’aprile 1975 a Milano prima, durante e dopo gli assassinii di Claudio Varalli e Giannino Zibecchi.
46 minuti di filmati sugli avvenimenti, le manifestazioni, gli scontri e le interviste
Pagherete caro, pagherete tutto

 

Alessandra Daniele, La sostituzione della repubblica

La conduttrice sorride al suo ospite.
– Congratulazioni per il suo incarico da ministro. Ricordiamo però che il nuovo governo è stato definito un clone del precedente, cosa dire quindi del risultato del referendum che l’aveva bocciato a larghissima maggioranza?
– Non ce ne frega un cazzo.
La conduttrice tace perplessa. Poi chiede
– Eh?…
– Del risultato del referendum non ce ne frega un cazzo – Ripete tranquillo l’ospite – Abbiamo riconfermato praticamente tutti, e persino promosso i più cialtroni. La ministra dell’Istruzione ha la terza media. Il ministro degli Esteri ai vertici fa il grammelot. Non è evidente? Ce ne fottiamo.
– E lo ammette così?
Il ministro si stringe nelle spalle.
– Tanto non potete farci niente.
– Non è in arrivo un altro referendum?
– Possiamo evitarlo cambiando la copertina del Jobs Act, e lasciando il contenuto identico come abbiamo già fatto col governo.
– Ma comunque alle prossime elezioni…
– Quali elezioni?
– Prima o poi si dovrà votare.
– Ah certo, ma lo si farà con una legge elettorale in grado d’impedire altri abusi come quello del 4 dicembre: il Neo Mattarellum.
Neo?
– Il Mattarellum, con una correzione in chiave ullteiormente maggioritaria. Noi l’avevamo già detto: il suffragio universale è obsoleto e non più sostenibile in una democrazia avanzata. Milioni di elettori che svolgono tutti la stessa funzione sono uno spreco di tempo e di denaro. Il multielettroralismo è persino peggiore del bicameralismo. È il momento di passare al monoelettoralismo.
– Cioè?
– Un solo elettore che vota per tutti.
– Chi?
– Appunto Mattarella. Questo otterrà il fondamentale risultato di snellire le procedure: invece di aspettare il risultato delle elezioni, il nostro presidente potrà conferirci direttamente l’incarico di formare il nuovo governo. Come ha appena fatto. Visto che il dissociato corpo multielettorale ha respinto la nostra Riforma Costituzionale, s’è resa indispensabile una Riforma Sostituzionale. La sostituzione della Repubblica democratica con la Repubblica monocratica.
– Ma questa non è una forzatura istituzionale? – Azzarda la conduttrice.
– No, è proprio un golpe. Non l’avete ancora capito? Certo, non ci sono i carri armati e i colonnelli, ma quella è paccottiglia obsoleta, il nostro è un Golps Act: per tornare efficiente la democrazia ha bisogno di licenziare i suoi elettori in esubero. Un monoelettore basterà. E nel caso dovesse servircene qualcun altro, potremo sempre comprarcelo dal tabaccaio. Adesso mandi la pubblicità. È tassativa.
La conduttrice si gira verso la telecamera, e mormora
– Pubblicità.
Alessandra Daniele, da Carmilla, 18/12/2016

Fascism Inc.

Fascism INC è un documentario prodotto dal team che ha realizzato “Debtocracy” e “Catastroika”, e parla della nascita del neo-fascismo in Europa e Grecia e il ruolo giocato dalle élite economiche.
Un documentario che per spiegare la crisi Greca, guarda al passato, alla seconda guerra mondiale e le cause scatenanti i movimenti fascisti di allora, che sono le stesse di oggi: gli appetiti smodati della classe confindustriale e bancaria europea. Un film che ricorda a tutti come è nato il fascismo in Italia e il Nazismo in Germania, con la novità inedita nei testi scolastici, dell’ attribuzione delle responsabilità alla borghesia europea. Il film che dimostra come il fascismo di ieri, e quello di oggi, altro non sono che uno strumento nelle mani di una ristretta cerchia di persone per attaccare la classe lavoratrice, i loro diritti, per puro profitto.
Lo scopo principale dei fascisti di ieri,come quelli di oggi, è ottenere una classe lavoratrice docile, sotto pagata ,senza diritti e senza sindacati.Una delle parti che attrae di più l’attenzione e che colpisce di più a livello emotivo è senz’altro quello dove l’autore sottolinea come la Grecia è l’unico paese europeo dove i collaborazionisti Tedeschi non hanno perso la guerra ma anzi sono stati premiati.
Coloro che durante la seconda guerra mondiale, hanno trafficato e commerciato con i tedeschi a scapito del popolo greco, costituiscono oggi l’estabishment politico ed economico del paese, e questo spiega molte cose. Ma anche in Germania e in Italia è così, le famiglie di industriali che hanno finanziato il fascismo e il Nazismo alla fine hanno ottenuto pene molto miti, quando non sono state condannate per nulla come in Italia.
Marco Santopadre, “Contropiano” (10 giugno 2014)

Qui il video con sottotitoli in Italiano

Gerhart Zacharias, Una strana epifania di Dioniso

L’esclusione del dionisiaco e, insieme ad essa, quella dell’elemento oscuro, femminile, a essa legata, è uno dei problemi centrali del cristianesimo. Uno stato di estremismo produce effetti funesti, poiché ciò che viene escluso non è superato, ma assume forme ostili alla propria stessa posizione.
Così, il materialismo che lotta contro il cristianesimo è una forma del “grande femminino” (“materia”, da “mater”) che il cristianesimo non è riuscito a superare.
Nel romanticismo del sangue e del suolo, col suo culto del passato che ha tratto a sé innumerevoli vittime, nel ribellismo giovanile, nel fanatismo calcistico e in tante manifestazioni estemporanee, il dionisismo represso trova espressione.
Dal superamento di questa frattura, che sciaguratamente domina il nostro tempo, dipende il destino dell’Occidente.
Gerhart Zacharias, Una strana epifania di Dioniso, 1959
(in Il dio dell’ebrezza, a cura di E. Zolla, 1998)

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C’è chi dice NO

Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì. Osserviamo nel dettaglio il movimento di rivolta. Un funzionario che ha ricevuto ordini per tutta la vita giudica ad un tratto inaccettabile un nuovo comando. Insorge e dice no. Che cosa significa questo no?
Significa, per esempio: «Le cose hanno durato abbastanza», «esistono limiti che non possono essere superati», «fin qui, sì, al di là, no», o ancora: «andate troppo in là». Insomma, questo no afferma l’esistenza di una frontiera. Sotto un’altra forma ancora la stessa idea si ritrova nella sensazione dell’uomo in rivolta che l’altro ‘esageri’, «che non ci siano ragioni per», alla fine «ch’egli oltrepassi il suo diritto», fondando, per concludere, la frontiera il diritto. Non esiste rivolta senza la sensazione di avere in se stessi in qualche modo e da qualche parte ragione. È per questo che il funzionario in rivolta dice ad un tempo sì e no. Perché afferma, assieme alla frontiera, tutto ciò che custodisce e preserva al di qua della frontiera. Afferma che in lui c’è qualcosa di cui vale la pena prendersi cura.”
Albert Camus, L’uomo in rivolta, 1951

 

Francesca Rosati Freeman, Nu Guo o il Paese delle Donne

Nu Guo o il Paese delle Donne è abitato dai Moso, una società matriarcale di 40 000 persone stanziata nel sud-ovest della Cina, a cavallo tra le due regioni dello Yunnan e del Sichuan, attorno al Lago Lugu, sulle pendici dell’Himalaya, a 2700 metri di altitudine.

Qui ho avuto modo di svolgere a più riprese, dal 2005 al 2012, un’indagine sul campo che mi ha fatto scoprire usanze e tradizioni, i cui risultati sono raccolti nel libro Benvenuti nel paese delle donne.

Si tratta di una società senza violenza, basata sul rispetto e sulla mutualità fra genere maschile e genere femminile e bastano solo alcune parole o espressioni della lingua moso per entrare subito in una visione del mondo diversa dalla nostra.

Il lago in lingua moso si chiama Shinami, cioé lago madre. Una parola che esprime un concetto ben preciso: la Natura è madre, viene percepita al femminile e identificata col principio della creazione. Un principio immanente alla natura, non trascendente ad essa. Tutta la natura è divina e la sua venerazione trova il suo culmine nel pellegrinaggio a Gammu, la montagna sacra, la grande dea creatrice e protettrice di tutti i Moso.

A Gammu, si riconosce la funzione partenogenica, la creazione dal nulla, e alla donna si riconosce la funzione della continuità della vita, una funzione creatrice che fa della sacralità, della natura e della donna, una sola entità.

Le donne hanno saputo trasformare un fatto naturale come la maternità in un modello culturale e spirituale.Tutta la società è organizzata intorno al legame materno come i valori di cura, l’individuazione dei bisogni, la condivisione, i rapporti di solidarietà dentro e fuori della famiglia.

L’aspetto spirituale è forse quello che, più di ogni altro, contribuisce a creare e mantenere l’armonia fra uomini e donne, adulti e bambini, giovani e anziani. E’ l’energia che connette tutti gli aspetti della comunità. I Moso praticano il buddhismo tibetano, ma di fatto non hanno mai rinunciato al loro sciamanesimo primitivo.

La venerazione che i Moso hanno per la natura e la loro spiritualità si riflettono in ogni piccolo gesto quotidiano: ogni giorno le donne più anziane percorrono avanti e indietro le strade dei villaggi girando i loro mulini di preghiera per ingraziarsi gli spiriti della natura, girano anche attorno allo stupa (monumento funerario) più volte al giorno.

Vengono fatte offerte quotidiane agli antenati sull’altare di casa prima del pranzo o della cena. Il focolaio sempre acceso e posto davanti all’altare degli antenati è l’immagine vivente della loro vita spirituale, simbolo della purificazione.

L’aver partecipato a delle cerimonie e rituali mi hanno fatto capire come la relazione vita-morte sia vissuta al quotidiano e come la vita li riporta costantemente alla morte e la morte alla vita in un alternarsi continuo, in ogni casa si trova la camera dei misteri, il mistero della vita e il mistero della morte, qui le donne danno alla luce i loro bambini e i defunti vengono adagiati in attesa del funerale.

Amore e relazione di coppia

Babahuago, camera dei fiori: quale parola più poetica e creativa di questa avrebbe potuto meglio definire il luogo degli incontri amorosi di una coppia. È questo infatti il nome, in lingua moso, della camera dove la donna riceve il suo amante in piena libertà, ma con discrezione. La madre non vuole sapere chi nottetempo si reca nella camera della figlia come la figlia non vuole sapere chi viene a visitare la madre. Questa parola è il simbolo della libertà sessuale delle donne. Per noi sarebbe una conquista, per le donne moso è assolutamente naturale.

Un fattore che differenzia profondamente la comunità moso da molte altre è l’esclusione del matrimonio e della convivenza dallo stile di vita tradizionale. Anzi questi sono ritenuti un attacco alla famiglia stessa. Al matrimonio i Moso preferiscono lo Zou Hun ossia la modalità delle visite notturne.

La coppia non vive sotto lo stesso tetto, ma passa la notte insieme per separarsi all’alba e svolgere ciascuno il proprio lavoro. La coppia è semplicemente considerata troppo instabile per far coincidere amore, famiglia e coabitazione. Ciò non significa che i Moso rinuncino all’amore, alle relazioni sessuali e alla procreazione. Si tratta di relazioni senza compromessi che pongono i due partner su un piano egualitario, esse durano finché dura il sentimento d’amore o semplicemente la voglia di stare insieme.

Al compimento del tredicesimo anno d’età, una grande cerimonia segna il passaggio dall’infanzia alla vita adulta. Questa cerimonia, per le ragazze, in lingua moso, viene chiamata Chai Zhie, mettere la gonna, mentre per i ragazzi viene chiamata Hli Zhie, mettere i pantaloni, infatti sia le ragazze che i ragazzi, in questa occasione, ricevono il costume tradizionale che indosseranno per le feste e le cerimonie, oltre che per le danze serali , ma la ragazza riceve anche la chiave della sua “camera dei fiori” dove, quando si sentirà pronta, riceverà la persona di suo piacimento.

La separazione della vita familiare e dei beni patrimoniali dalla vita amorosa, se da una parte rinforza e sostiene la stabilità della famiglia e ne consente la salvaguardia, dall’altra garantisce a tutti, uomini e donne, una grande libertà in fatto di sesso, offrendo la soluzione a due bisogni fondamentali della natura umana: il bisogno di libertà in amore e il bisogno di sicurezza e protezione. Il patriarcato non ha mai offerto una soluzione al primo bisogno, anzi, sostenuto dalle religioni, lo ha sempre represso, mentre la sicurezza e la protezione, che dovrebbero provenire dal nucleo familiare ristretto si riducono a controllo della donna da parte del marito o compagno. Questo tipo di struttura permette alle donne moso di avere il controllo del proprio corpo e della propria sessualità e, poichè le coppie non vivono sotto lo stesso tetto, non si litiga mai per la precarietà della situazione economica familiare né per incompatibilità di carattere e tantomeno si entra in conflitto con i parenti del proprio partner.

Non si litiga nemmeno per l’educazione dei figli che appartengono alla madre e alla famiglia materna.

Oltre alla madre naturale, tutti i componenti della famiglia sono responsabili dell’educazione e del mantenimento dei bambini anche se non sono figli propri. Si può quindi affermare che il concetto di maternità e quello di paternità rivestono un significato diverso dalla genitorialità come la si intende nelle società patriarcali. La figura del padre in effetti è sostituita da quella dello zio materno.

Tutte le donne sono “madri” e tutti gli uomini sono “padri” nell’ambito della loro famiglia materna.

Sono le nonne a trasmettere ai più giovani le tradizioni e ad insegnare l’amore e il rispetto e l’educazione è gilanica, per usare il termine di Riane Eisler, cioé senza differenze di genere nei giochi e nelle attività.

Mancando matrimonio e convivenza non si danno casi di violenza coniugale e, in caso di separazione, non c’è nessun cambiamento di carattere materiale né per gli adulti né per i bambini. Non c’è alcuna riconoscenza giuridica per la paternità biologica per cui il padre non potrà mai pretendere l’affidamento dei figli, la madre non sarà sola a educarli, il suo status economico e sociale non cambierà e i bambini non si accorgeranno nemmeno della separazione, non cambieranno né casa né abitudini, ma continueranno a vivere in seno alla famiglia materna. La separazione della coppia non implica il disfacimento della famiglia. In tal modo si evitano, sia per i bambini che per gli adulti, quei turbamenti psicologici che, nelle nostre società, vengono provocati dalle separazioni e che richiedono anni di psicoterapia per essere sanati.

Psicologi e psicanalisti restano spiazzati di fronte a una società nella quale il complesso di Edipo o l’invidia del pene, non hanno nessun senso, anzi questi concetti perdono la loro universalità al punto che andrebbero riconsiderati: il bambino infatti non deve condividere con il padre l’attenzione della madre. In questo contesto familiare non esiste nemmeno il concetto di orfano: se il bambino dovesse perdere la madre, restano le sorelle e i fratelli della madre a svolgere l’importante ruolo educativo e affettivo che hanno anche in condizioni normali e quindi il piccolo non sarebbe costretto a cambiare né casa né abitudini. Grazie alla non riconoscenza giuridica della paternità, la cultura moso non contempla nemmeno il concetto di figlio illegittimo, eliminando alla fonte un problema che ha dilaniato, nella storia, tutte le altre società: quello della legittimità incerta della prole (mater semper certa est, pater numquam).

La libertà sessuale, che nelle società patriarcali è stata sempre considerata fonte di disordine e di sconvolgimento degli equilibri familiari e sociali, qui garantisce equilibrio e armonia per tutti i membri della comunità.

Come nell’ambito della famiglia estesa, anche nel campo delle relazioni amorose non esiste il concetto di proprietà privata. Tra i Moso nessuno pensa di appartenere alla persona di cui è innamorato e nessuno pensa di fare della persona amata la ragione della sua esistenza. Da qui un concetto di amore assolutamente disinteressato, non legato né alla classe sociale né alla situazione economica. Amore e sesso qui non vogliono dire possesso! “Ti amo, ma non sono tua/o” sembra essere il messaggio su cui si basa il sentimento amoroso. L’amore inteso in questo modo lascia anche poco spazio alla gelosia, considerato un sentimento distruttivo, fonte di conflitti e di violenza. Noi l’associamo erroneamente all’amore. I Moso arrivano a stigmatizzarla, la disprezzano e la condannano, irridendo chi si mostra geloso e accusandolo di contravvenire alle regole.

Tutti poi si guardano bene dal promettere fedeltà eterna, per cui un’infedeltà, anche se in un’unione stabile è considerata una trasgressione, viene tollerata. È piuttosto il ricorso alla violenza che fa perdere la faccia; ma se il proprio partner ha un incontro clandestino non è certo la fine del mondo.

Le figlie non escono e i loro compagni non entrano: un’espressione che esplicitamente e con molta chiarezza ci informa che le figlie non abbandonano mai la casa materna per andare a vivere in casa dell’uomo, come avviene nel resto della Cina, mentre gli innamorati delle figlie non faranno mai parte della famiglia: se si rispetta questa regola, la grande famiglia moso resterà unita. Inoltre per la continuazione e la sopravvivenza della famiglia è importante che ci sia almeno una figlia femmina. La nascita di una figlia femmina presso i Moso è una grande benedizione e non una disgrazia, al contrario di quanto avviene nel resto del paese e in molti altri paesi in cui la predilezione per i figli maschi è un fatto normale.

Gli uomini passano, la madre resta ripetono le madri alle figlie, anche con questa frase le madri moso esprimono chiaramente come il legame materno sia qualcosa di duraturo, mentre il legame amoroso può essere qualcosa di passeggero, aleatorio e per loro è chiaro che non si può costruire su un sentimento così fragile, per quanto intenso possa essere, un’istituzione come la famiglia che è supposta durare tutta la vita. L’educazione e la cultura vengono così trasmesse, oltre che con il modello, anche con parole ed espressioni dense di significato che si tramandano da madre in figlia e di generazione in generazione .

Per la società dei Moso mi permetto di usare la parola matriarcale e non le altre di uso più accademico come matrilineare, matrifocale, matrilocale, matristica, matricentrica, perchè, create per definire questo tipo di società, risultano riduttive. Ognuna di queste parole, infatti, corrisponde a un aspetto ben preciso di questa società e prese a solo non riescono a dare una visione d’insieme che ne comprenda tutti gli aspetti. Inoltre la parola matriarcato spesso viene confusa con il potere delle donne e viene paragonata al patriarcato facendole assumere, a torto, una connotazione negativa. Heide Göttner-Abendroth, fondatrice di Hagia, Accademia degli studi matriarcali moderni, associa questa parola all’origine della formazione delle prime società la cui organizzazione si svolgeva intorno al legame materno: mater + archeo sta per “all’inizio le madri” e non il dominio delle madri. Stando a questa definizione non si può considerare il matriarcato come l’opposto femminile del patriarcato.

Secondo il sociologo Pierre Bourdieu “usare una parola per un’altra è cambiare la visione del mondo sociale e contribuire a trasformarlo.

Quindi mi sembra importante liberare questa parola dalla sua connotazione negativa e usare la parola matriarcato appropriatamente per definire tutte quelle società egualitarie che hanno una struttura socio-familiare e politico-economica simile a quella dei Moso.

L'”universalità” di alcuni concetti a sostegno del patriarcato non regge il confronto con una cultura matriarcale

Concetto di famiglia e consanguineità

La società dei Moso ha tutto quel che serve per sfidare i pilastri dell’antropologia classica e per sfidare l’ambizione di universalità del patriarcato.

Se si prende in esame l’aspetto socio-familiare, è quello che più distingue la cultura moso, non solo rispetto alle culture occidentali, ma anche nel confronto con altre culture matriarcali. La famiglia che da molti antropologi di fama mondiale viene definita universale e che corrisponde al modello di famiglia nucleare androcratica, non corrisponde affatto al modello matriarcale dove la famiglia è matrilineare, cioé estesa a tutti i discendenti della linea materna.

Questi sono i soli ad essere considerati consanguinei, e nessun membro esterno ad essa ne fa parte, nemmeno il padre naturale, per cui anche il concetto di consanguineità assume, in tale contesto, un valore sociale piuttosto che biologico. Inoltre, avendo il padre naturale un ruolo marginale e periferico, non esiste in lingua moso una parola per indicarlo, i Moso usano per lui la stessa parola che per lo zio materno, awu.

Quella dei Moso è una società in cui la parola potere si potrebbe definire come potenza femminile e materna e mentre nella società occidentale la parola potere viene associata ad abusi, discriminazione e corruzione, nella società moso questa assume il significato di condivisione che unita allo sforzo di raggiungere un consenso decisionale ampiamente condiviso, fa della comunità moso una società con un senso del rispetto e dell’uguaglianza assai profondo.

La dabu, il suo ruolo-guida e la pratica del consenso

Il potere nel suo significato di potenza femminile è affidato alla dabu che, con le sue doti di donna abile e saggia, guida la sua numerosa famiglia che può contenere fino a quattro generazioni. Trasmette il nome e i beni e gestisce l’economia familiare. Tradurre la parola dabu con capo-famiglia, significa associarla inevitabilmente alla figura del padre di famiglia, figura che nella famiglia moso non esiste. Parlare di ruolo femminile e di ruolo maschile significherebbe operare una divisione dei ruoli di genere tipica delle società occidentali e patriarcali.

 

Benchè alcune delle attività svolte dagli uomini e dalle donne siano differenti, non esiste assolutamente l’idea che queste siano inevitabilmente associate a un sesso in opposizione all’altro, non esiste un’attività considerata inferiore o superiore ad un’altra. Quella dei Moso è una struttura sociale fondata sull’eguaglianza complementare e non sulla gerarchia, per cui pur riconoscendo la diversità biologica, i due generi rimangono in perfetto equilibrio.

 

 

In famiglia tutte le decisioni vengono prese applicando la pratica del consenso. Le innumerevoli discussioni, cui partecipano tutti i membri adulti della famiglia terminano solo quando si arriva a un accordo. La dabu, considerata la persona più saggia, guida la discussione per raggiungere l’accordo, i suoi consigli e suggerimenti sono tenuti in grande considerazione.

I beni sono indivisibili e restano in famiglia. L’indivisibilità del patrimonio familiare fa sì che un membro di essa non possa arricchirsi a discapito di un altro; tutti lavorano insieme per contribuire alla prosperità della famiglia, aiutandosi a vicenda e instaurando rapporti di solidarietà. Non esiste il mio o il tuo, esiste il nostro.

Il concetto di solidarietà, su cui si fondano le relazioni familiari, è alla base anche della struttura economica tradizionale delle comunità Moso: un’economia del dono, un tipo di economia che è esistito ed esiste da millenni nelle società matriarcali, in cui il soddisfacimento dei bisogni non passa attraverso l’appropriazione privata né attraverso il profitto, non genera contrapposizione e divisione coatta del lavoro tra uomini e donne, né divisioni della popolazione in ricchi e poveri. Anche in questo campo quindi si riflette il principio etico della logica materna, che viene applicato in ogni sfera della società.

Conclusione

Per concludere quella dei Moso è una società egualitaria che ha dato vita a valori che ancora oggi garantiscono una vita armoniosa e pacifica. Una società nella quale domina una visione serena dell’amore e del piacere sessuale, dove le donne sono il fulcro della vita familiare e sociale, condividendo con l’altro sesso gli incarichi di responsabilità.

Ciò non significa che la società dei Moso sia immune da ogni genere di problema, ma è senz’altro opportuno riflettere sugli aspetti della sua singolare organizzazione che consentono una vita certo più armoniosa di quella che le nostre società riescono a offire. Si tratta di un altro modo di concepire la vita, la famiglia, il rapporto uomo-donna. È solo una visione del mondo diversa dalla nostra. Un mondo in cui maschile e femminile non sono contrapposti, ma si completano e si rafforzano a vicenda.

Qui le donne non vengono violentate o uccise, i bambini non vengono maltrattati o abusati e le persone anziane non vengono abbandonate a se stesse.

 

 

La società matriarcale moso rischia però di scomparire

La sopravvivenza di questa società è oggi messa in pericolo dall’influenza esterna dell’attuale modello culturale di tipo androcratico dominante e da un modello economico basato sull’economia di mercato.

Lo sviluppo economico dovuto in massima parte all’afflusso dei turisti, se da una parte sta migliorando le condizioni di vita degli abitanti di questi villaggi, dall’altra sta facendo sì che il modello economico tradizionale basato sulla solidarietà venga sempre più soppiantato dalla competitività.

Ogni giorno migliaia di turisti invadono i due villaggi di Luoshui e di Lige dove investitori pechinesi e taiwanesi hanno già cominciato a costruire hotel di lusso con vista sul lago.

Un’autostrada che collega l’aeroporto di Lijiang al lago Lugu è stata appena costruita e esiste un progetto per la costruzione di un aeroporto per facilitare l’accesso dei turisti. Ma il turismo genera pure inquinamento e i Moso non sanno ancora come gestirlo.

Bisogna considerare anche che il tasso di crescita demografica qui è molto più basso che nel resto della Cina.

Se a questi fattori aggiungiamo pure l’influenza della televisione e dei programmi scolastici cinesi, possiamo immaginare l’inizio della fine.

Ma la società moso è una società ancestrale, che esiste da almeno duemila anni, una società che ha manifestato una tenacia e una resistenza in tutte le situazioni storiche che si sono presentate, e ha resistito a tutte le pressioni del governo cinese, che ha sempre considerato lo stile di vita moso come improntato al libertinaggio e alla promiscuità, e ha cercato in tutti i modi di imporre il modello patriarcale dominante. Resisteranno i Moso anche alle nuove influenze negative esterne, fino a poco tempo fa estranee alla loro cultura? È da seguire…

Conferenza Internazionale “The creative word”, Lecce,  17 Maggio 2013

Qui il testo originale di Francesca Rosati Freeman

Qui un documentario dell’autrice, in due parti:

 

Coratella vaccinata

Mi spiegate perchè se uno scrive una cazzata fioccano i commenti e se scrive una seria no? E’ vero che ogni tanto ci serve anche scherzare e alleggerire l’aria fetida in cui viviamo, ma il problema è serio, serio, serio(Sergio Cararo)
Una volta è una campagna allarmistica a favore dei T.S.O. (https://it.wikipedia.org/wiki/Tratt…) per le vaccinazioni, poi una campagna, altrettanto allarmistica, sulla cancerogenità di carni rosse ed insaccati.
Veementi discussioni sui social-media (generatori automatici di scazzi) dove gli schieramenti si affrontano a grevi colpi di sarcasmo, nel migliore dei casi, seminando virtuali lapidi su altrettanto virtuali amicizie.
A questa socialità siamo ridotti, ed a questa razionalità: stimolati da drammatici titoli ed immagini, prendiamo posizione, ci accaloriamo, invochiamo e stramalediciamo, per il puro gusto di farlo, per simulare una potenza che ci viene sempre più tolta, e di questo simulacro ci accontentiamo.
Il meccanismo è del tutto analogo a quello della cronaca nera: ognuno assume il ruolo di giudice e persino di legislatore, nel regno della chiacchiera ognuno è titolato, competente, abile… a chiacchierare.
Al fondo, il modello della tifoseria: la sedentaria identificazione con l’atleta, l’apoteosi del gregarismo, l’ipertrofia dell’ego, il dominio della stronzata (https://it.wikipedia.org/wiki/Stron…).
Anche questo fa parte della mobilitazione reazionaria di massa, che sempre più si caratterizza come mobilitazione bellica.
Sparatevi tutti i vaccini che volete,
ingozzatevi di quel che più vi gusta,
votate per chi fa la voce grossa,
che poi arriva il conto e la cresta si abbassa…