pverdi

commentari al fascismo n°0: premessa

0.0. Lo scopo di questa pagina è introdurre ed invitare alla lettura del libro di Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, di cui viene utilizzata l’edizione Einaudi-PBE, del 2002, traduzione di Furio Belfiore e Annelise Wolf .

0.1. Libro più citato che studiato, scritto a ridosso dell’avvento del nazismo in Germania (1933) e profondamente rielaborato, in occasione dell’edizione in lingua inglese, negli anni intorno alla fine della seconda guerra mondiale (1942-1946).
La pubblicazione del libro valse all’autore numerosi riconoscimenti, alcuni prevedibili altri decisamente funesti per chi li espresse ancor più di chi li subì:
– i nazisti mandarono il libro al rogo e costrinsero Reich all’esilio;
– la Società Internazionale di Psicoanalisi espulse Reich (che ne era uno dei massimi rappresentanti) diffamandolo in tutto il mondo come pazzo;
– il Partito Comunista Tedesco (KPD) espulse Reich e le sue opere vennero bandite in URSS con l’accusa di “freudianesimo“, ovvero di “idealismo piccolo-borghese“.
Tutte accuse, lo si capisce, oltremodo ingiuriose, che consegnarono l’opera a scaffali polverosi fino all’esplosione rivoluzionaria del ’68, quando il tema della liberazione sessuale attraversò i movimenti studenteschi e giovanili, senza trovare però più di tanto interesse nei teorici della “nuova sinistra”.

0.2. Oggi, l’interesse per Reich è confinato in ambienti “new-age”, che speculano con toni misticheggianti sulle intuizioni visionarie dei suoi ultimi anni (energia orgonica e sue sperimentazioni tecnologiche, superimposizione cosmica, ecc.) o in relativamente ristrette cerchie psicoterapeutiche e naturopatiche, per lo più condizionate dall’approccio “riduzionistico” di Alexander Lowen (a cui vanno comunque riconosciuti numerosi meriti nella diffusione e nella sperimentazione di validi strumenti terapeutici).

0.3. Rimane in ombra il valore politico e filosofico della ricerca di Reich, la cui attualità è tragicamente confermata dal riemergere di movimenti fascisti in tutto il mondo. In particolare, che simili movimenti riemergano con virulenza in paesi che appartenevano all’Unione Sovietica od erano suoi alleati, conferma l’analisi di Reich sul “fascismo rosso” e sulla necessità di arricchire il materialismo dialettico attraverso l’analisi critica delle ricerche scientifiche in ambito psicologico ed antropologico.

0.4. Accanto alle citazioni da Psicologia di massa del fascismo ed altri scritti di Reich, nella categoria “altri autori” sono compresi scritti su Reich e scritti sul fascismo di orientamento affine.
Le mie riflessioni sono raggruppate nella categoria “commentari al fascismo“.

Qui il testo:
wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo

Oppure qui:
https://unisafilosofiateoreticaonline.files.wordpress.com/2014/01/wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo.pdf

antifascisti1

uno_bianca_trame_nere

Antonella Beccaria: UNO BIANCA E TRAME NERE

di Saverio Fattori

Antonella Beccaria, Uno bianca e trame nere. Cronaca di un periodo di terrore, prefazione di Andrea Purgatori, Stampa Alternativa, pp. 164, 10 euro

il blog di Antonella Beccaria

Antonella Beccaria ci mette in leggera registrata, torna sulla vicenda della banda della Uno Bianca, una manciata di anni sanguinosi che ha avuto come epicentro Bologna e ha percorso l’Emilia, la Romagna, fino alle Marche. Sono anni di transizione tra la Piramide di Craxi e Tangentopoli, un’era di confusione di potere, assestamenti per nuovi equilibri. Tra il 1987 e il 1994 luoghi banali come aree di servizio, Ipercoop, autostrade sembravano essere diventati zone di guerriglia urbana.

Ventiquattro morti e 102 feriti di cui si è persa la coscienza, vittime che faticano a riaffacciarsi alla memoria e alla celebrazione. Trovare il monumento che li ricorda è impresa ardua, vi invito alla ricerca del Ceppo Perduto nella Città Distratta che tutto digerisce. Si è giocato al ribasso considerando il gruppo armato guidato dai fratelli Savi criminali comuni amanti dei soldi e della bella vita. Una semplificazione che va stretta una volta chiuso il libro della Beccaria. Semplificazione sbagliata e per certi versi consolatoria. E non si tratta di assumere dosi narcotizzanti di complottistica dietrologica paranoica. Di confonderci con funambolici teoremi che ci nascondono evidenze. Antonella procede come un fiume lento, fatti e analisi. Numeri e fatti. Numeri. Quelli riferiti al denaro. Pochi. Davvero pochissimi quelli racimolati dalla banda in anni di attività. Morti. Troppi e ingiustificati se riferiti ai canoni del crimine organizzato a puro scopro di lucro. Non parlo di codici etici e cazzate simili modello Coppola che fanno mitologia di assassini. Parlo di limitazioni al minimo dei rischi, di efficienza e ottimizzazione delle risorse, di resa economica commisurata allo sforzo bellico e al pericolo di essere beccati per omicidio. L’ergastolo è sempre una pessima prospettiva. Se ci scappa il morto è sempre una fregatura, l’abbiamo visto in centinai di libri e film, ma è vero. La banda invece infrange la prima regola della mala classica, lo fa in modo clamoroso, accanendosi proprio sui cugini dell’Arma dei Carabinieri, imprudenza che avrebbe dovuto moltiplicare per qualità e quantità le forze impiegate nelle indagini. In realtà è come se i Savi avessero percorso un territorio spurio che si pone tra il terrorismo e il crimine comune. Un luogo che viene frequentato in Belgio dalla Banda del Bramante in epoche coincidenti e secondo gli stessi schemi. È una zona d’ombra che sarebbe stato bene esplorare nelle derive politiche se i consueti errori giudiziari tra il doloso e il cialtronesco non avessero inquinato le indagini. Protezioni e depistaggi. Si arriva a ipotizzare l’esistenza di una Quinta Mafia, anni di detenzione preventiva per i colpevoli perfetti ricavati da piccoli malavitosi residenti al Quartiere Pilastro, nella periferia bolognese o da incensurati rei di omonimia. Sembrano invece gli inquirenti stessi ammalati di paranoia. Disegnano trame ardite, si muovono come cattivi giallisti, coccolano misteriosi testimoni chiave molto fantasiosi, analogia con il caso dei Bambini di Satana, già trattato da Antonella Beccaria, per arrivare a un finale di comodo recidono tutte le piste sane, quelle che portano a una verità vicina come non mai ai loro uffici. I soliti episodi da tragedia italica che deve scadere in commedia. Battute in questura sulla somiglianza del volto di un identikit con quello del collega… battute da caserma, appunto. Una vecchia zingara che continua a indicare un uomo arrivato per le indagini dopo il sangue nel Campo di Santa Caterina. Quel poliziotto in borghese è in mezzo al gruppo dei carabinieri che fanno i rilievi. Ma quella faccia non se la scorda. Non se la scorderà più. È lui che poco prima se ne stava con il braccio teso reggendo un fucile sul tetto di un auto a fare il tiro al bersaglio. Difficile crederle, i carabinieri le ridono in faccia, mi pare di vederlo quel viso grinzoso e sdentato con la disperazione negli occhi, la disperazione di chi non ha voce.
Mi è capitato di ripensare ai Savi di recente, prima di leggere il libro di Antonella, nel periodo sceriffi&lavavetri che ha farcito i media per qualche giorno, fino a sgonfiarsi, arido e imbarazzante.
La banda fece fuoco su due lavavetri, questo episodio è rimasto impigliato nel cervello di adolescente distratto che andava a ballare al Candilejas finendo a parcheggiare alla Coop di via Gorky, uno degli innumerevoli siti bolognesi tristemente noti.
È come se davvero questa banda in certi momenti avesse fatto da braccio armato a quell’immaginario popolar fascista che di giorno in giorno si fa più arrogante e scostumato. Una giustizia che allarga la forbice tra la forza brandita con i deboli e l’impotenza verso i forti. Una volontà di ordine e pulizia, un’intolleranza ottusa e mal riposta. Testosterone e armi, razzismo puro e disprezzo della vita umana. Inutile uccidere un testimone che ha preso il numero di targa di un’auto rubata. Antonella finisce il testo con l’agghiacciante cronologia degli atti criminali della banda. Alla quindicesima azione scappa il primo morto, un poliziotto che avrebbe dovuto sventare un tentativo di estorsione ai danni del proprietario di un autosalone che si rivolge alla polizia perché non accetta il ricatto (i soldi per evitare di vedersi bruciati i locali). Qualcosa non funziona quando scatta la trappola, a terra rimane l’uomo e due agenti sono feriti. Da questo fattaccio sembra prendere il via la seconda fase, quella più folle e sanguinosa. Le testimonianze e le ammissioni di Roberto Savi richiamano alla mente le posizioni di Mario Moretti sugli anni brigatisti. Rifiuto e derisione di ogni dietrologia. Niente protezioni né complicità istituzionali. Efficienza e fortuna alla base di tutto. E basta.
Questa recensione non rende piena giustizia agli intarsi del libro, le bizzarrie inquietanti che solo la storia e la cronaca di questo paese sa dispensare. Qualcuno si ricorda di cinque carabinieri morti nella caserma di Bagnara di Romagna? Muri ridipinti in pochi giorni, nessun rilievo, funerali a tempo di record, omelia short version…

Avrei voluto vedere più gente alla presentazione bolognese di UNO BIANCA TRAME NERE. Avrei voluto vedere giornalisti, telecamere del TG3 e di E-TV (Tele Caffarra, la televisione locale che Bologna merita ). Temo che il processo degenerativo di questa città sia davvero inarrestabile.

Scarica il libro in versione elettronica (il libro è rilasciato con licenza Creative Commons)

Da Carmilla del  24 dicembre 2007

striscione

TERRORISTI AL SERVIZIO DEI PADRONI

La storia non è originale, sembra uscita da un romanzo del “ciclo americano” di Valerio Evangelisti, o da un film neorealista, potrebbe essere ambientata in qualunque parte del mondo, nell’ultimo secolo:

Ci sono dei lavoratori sfruttati ferocemente, quasi tutti immigrati.
Ci sono dei sindacati combattivi che li organizzano.
Si sviluppa un movimento di scioperi in un settore strategico per l’economia.
I padroni lo vogliono stroncare.
Durante un picchetto, un dirigente aziendale incita un camionista crumiro a sfondare.
Un lavoratore rimane schiacciato sotto le ruore del camion.
La polizia non ferma il camionista ma lo salva quando i manifestanti lo stanno prendendo e stende un verbale dove parla di incidente stradale.
Un magistrato, avvalla immediatamente la versione della polizia e rilascia libero ed anonimo l’assassino.

Chi si fregia di essere “servitore dello Stato” sa che è solo un servo dei padroni.
Ogni lavoratore deve sapere che se fa un picchetto, può essere ucciso impunemente.
Ogni padrone ed ogni suo sgherro sanno che possono uccidere gli scioperanti impunemente.

Questo è fascismo.

Ma non finisce qui

preghiera
brazil

Franco ‘Bifo’ Berardi, Il nazismo senza baffetti

Nei decenni culminanti della modernità considerammo il Nazismo un fenomeno estinto, passato, cancellato dalla storia. Per tranquillità lo definimmo Male Assoluto, e non se ne parla più. Identificando il nazismo con Auschwitz abbiamo finito per accettare Gaza, pensando: quello che accade è terribile, ma non è mica Auschwitz. Stiamo tranquilli.
Il nazismo è diventato una sceneggiatura fosca che assolve preventivamente la violenza coloratissima della democrazia capitalista. Ma ora poco alla volta cominciamo a capire che il capitalismo democratico perde energia e futuro, forse perché alla lunga la democrazia non può convivere con il capitalismo.

La forma storica del nazional-socialismo hitleriano non si ripresenterà, ovviamente. Ma già nel 1946 Karl Jaspers consigliava di distinguere tra la manifestazione storica del nazismo e il suo significato essenziale.
Per Gunther Anders il nazismo ha solo costituito la prima, brutale, manifestazione di una tendenza profonda della modernità tecnologica: «La tecnica che il Terzo Reich ha avviato su vasta scala non ha ancora raggiunto i confini del mondo, non è ancora “tecno-totalitaria”. Non si è ancora fatto sera. Questo, naturalmente non ci deve consolare e soprattutto non ci deve far considerare il regno (“Reich”) che ci sta dietro come qualcosa di unico e di erratico, come qualcosa di atipico per la nostra epoca o per il nostro mondo occidentale, perché l’operare tecnico generalizzato a dimensione globale e senza lacuna, con conseguente irresponsabilità individuale, ha preso le mosse da lì».

E aggiunge: «l’orrore del regno che viene supererà di gran lunga quello di ieri che, al confronto, apparirà soltanto come un teatro sperimentale di provincia, una prova generale del totalitarismo agghindato da stupida ideologia» (G. Anders, Noi figli di Eichmann, p. 66). Cercando di definire il nazismo sono giunto a individuarne tre caratteri essenziali, che a mio parere si sono ripresentati separatamente in momenti diversi della storia planetaria negli ultimi decenni.

Se questi caratteri un giorno si ripresenteranno insieme (dicevo a me stesso scrutando l’orizzonte) allora dovremo dire che il Nazismo ha vinto la sua battaglia secolare contro il Comunismo Bolscevico e contro la Democrazia liberista. Questo non accadrà, mi dicevo. Negli ultimi anni però si rafforza in me l’impressione che lo scenario mondiale stia realizzando quell’infausta eventualità: i tre caratteri che nella mia (discutibilissima) definizione individuano il nazismo, si stanno ripresentando insieme. Ma quali sono questi tre caratteri?

Il primo è quello di cui parla Anders: il primato del funzionale, il primato della perfezione tecnica rispetto alle forme irregolari della vita. Non c’è dubbio che questo primato è oggi riproposto dalla governance tecno-linguistica, modalità di dominio post-politico del capitalismo finanziario, ma di per sé questo non basta per definire il capitalismo finanziario come nazismo.

Il secondo carattere è la trasformazione della frustrazione operaia in aggressività nazionale in fasi di impoverimento e di umiliazione del fronte del lavoro. E’ quello che accadde negli anni Venti in Germania, quando Hitler interpretò la sofferenza dei lavoratori come umiliazione nazionale. Ma è anche quello che oggi accade in paesi come la Polonia il Regno Unito, l’Ungheria, e si prepara ad accadere in Francia. Neppure la reazione anti-globalista che si sta scatenando nel mondo e particolarmente in Europa , basta a mio parere per definire pienamente come nazismo la condizione presente.

Il terzo carattere è quello che riusciamo a cogliere soltanto se ci poniamo in una prospettiva di tipo evolutivo, meta-storico. Nel suo Essai sur linegualité des races humaines (1853), il conte Alfred de Gobineau non si limita ad affermare la superiorità della razza ariana, ma intravvede all’orizzonte il pericolo, anzi la tendenza fortissima verso la contaminazione e la degradazione di questa razza superiore. Al di là della rozzezza della sua analisi, de Gobineau coglie un filone profondo (profondissimo) dell’inconscio planetario tardo-moderno, un filone che a lungo abbiamo intravisto senza volerne riconoscere la potenza: il sentimento del declino della cultura bianca occidentale.

Il fatto che il concetto di razza sia un non-concetto, il fatto che scientificamente questa parola non corrisponda a niente non significa che l’identificazione fantasmatica dell’(autodefinitasi) razza bianca abbia giocato un ruolo decisivo nella storia del colonialismo moderno, del nazismo novecentesco, e oggi giochi un ruolo decisivo (la cui potenza non possiamo ancora pienamente apprezzare) nella catastrofe finale del capitalismo.
L’ascesa di Donald Trump sulla scena politica nordamericana (a prescindere dal fatto che vinca o perda) segnala proprio questo: impoverita dalla globalizzazione del mercato del lavoro, rimbambita dalla birra e dagli psicofarmaci, inviperita per la sconfitta strategica provocata dal presidente più ignorante della storia e dal suo consigliere malefico Dick Cheney, la «razza bianca» rivendica il proprio primato. Make America Great Again significa solo: Make white race superior again. Lo spirito del Ku Klux Klan si è ingigantito negli anni in cui un presidente nero (coltissimo e bellissimo a differenza degli zucconi obesi della razza bianca) ha occupato obbrobriosamente la Casa Bianca.

Il declino demografico è iscritto nell’evoluzione psico-sessuale dell’occidente. Il declino estetico è iscritto nei cibi ipercalorici e nelle droghe con cui la razza bianca placa la sua ansia. Inoltre la razza pura può essere contaminata, infiltrata, distrutta geneticamente dall’invasione di alieni.

Il discorso sulla fertilità è passato senza troppe critiche negli anni passati. Nella laica Francia, dove il laicismo diviene teocratico perché pretende di essere portatore di una verità superiore (e i nouveaux philosophes invecchiati male hanno le loro colpe in questa dittatura del pensiero libero, vero Finkielkraut?), nella laica Francia dicevo, si mena vanto di aver restituito vigore alla fertilità delle donne francesi con opportune politiche di finanziamento della messa al mondo.

Nella cattolica Polonia ha vinto recentemente le elezioni un partito nazional-integralista guidato da un gemello bigotto che va orgoglioso perché non ha mai messo piede fuori dall’amata patria (con l’eccezione di un viaggio in Vaticano quando non c’era un papa comunista). Come ha vinto le elezioni Kazinski? Le ha vinte con un programma socialista, poche storie. Ha promesso di riportare l’età della pensione da 67 a 60 anni, ha promesso aumenti salariali (il salario medio è intorno ai 500 euro), ha promesso di ri-finanziare servizi sanitari che il governo neoliberale democratico aveva impoverito per far bella figura con la signora Merkel.

Cosa ha realizzato il governo Kazinski del suo programma socialista? Niente da fare per gli aumenti salariali, né per le pensioni a 60 anni, nemmeno soldi per rifinanziare il sistema sanitario. Sapete quale misura socialista ha implementato il governo Kazinski? 500 szloti in più per ogni figlio che una coppia mette al mondo.

Adesso si parla di fertilità anche in Italia: il Ministero della Sanità invita le donne italiane a darsi una mossa. A sinistra la risposta contro i proclami ideologici del partito della famiglia consiste nel dire che se ci fossero maggiori servizi per le donne allora sì che ricominceremmo a moltiplicarci. Ma da dove deriva questa fissazione secondo cui fare figli sarebbe meglio che non farli? La fissazione sulla fertilità del popolo non si spiega se non si considera il riemergere psicotico del razzismo bianco.

La riduzione della popolazione futura provocherà un problema di tipo fiscale? Basterebbe accogliere un maggior numero di stranieri. Già ora coprono una parte decisiva delle entrate del sistema previdenziale. Basterebbe stimolare le adozioni, facilitare le procedure, dare cittadinanza europea a quelle centinaia di migliaia di bambini che vagano tra un campo di concentramento turco e uno greco senza più famiglia. No, rispondono Kazinski Lorenzin e Manuel Valls, perché così la razza bianca si estingue. Sai che guaio. Si tratta di idiozie, è del tutto evidente. Ma questa idiozia che si chiama identità sta mobilitando un numero crescente di persone che il capitale finanziario ha impoverito e continua imperterrito a impoverire.

Hitler disse ai lavoratori tedeschi che non erano lavoratori sconfitti ma vittoriosi guerrieri tedeschi. La stessa cosa hanno detto Nigel Farage ai lavoratori britannici e il gemello Kazinski ai lavoratori polacchi. E soprattutto la stessa cosa la sta dicendo Donald Trump ai lavoratori americani, che dovranno scegliere tra votare il Ku Klux Klan o una signora che dipende politicamente e culturalmente dalla Goldman Sachs.

La prima cosa da fare perché la razza bianca possa prosperare, naturalmente, è convincere le donne a far figli. La ragione suggerirebbe di riflettere un momento: la razza bianca non esiste, non può né estinguersi né prosperare. Esistono culture in perenne divenire, ma la loro evoluzione progressiva e pacifica non dipende dalle ovaie né dallo sperma. Dipende dalle scuole, dai libri, dall’amicizia, dalla condivisione delle risorse, e dalla pace.

Il signor Valls, dopo aver letto troppo Finkielkraut, manda la polizia a togliere i vestiti alle donne islamiche, costrette a subire l’imposizione macho-fanatica. Così i mariti le chiuderanno in casa e andranno da soli a farsi il bagno in mutande. Bravo Valls. Non sarebbe più sensato, più coraggioso e lungimirante dare la cittadinanza europea alle donne che chiedono rifugio contro l’imposizione violenta dei maschi islamici?

Dal sito Operaviva, 08 settembre 2016.

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Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?

“Nel ripercorrere, in questo libro, la storia d’Italia dalla guerra al brigantaggio al secondo conflitto mondiale, prenderemo in esame alcuni episodi, particolarmente efferati, accaduti in Italia, in alcuni paesi europei occupati dalle forze dell’Asse e nelle colonie italiane d’oltremare, e ne illustreremo la dinamica nel preciso contesto storico. Possiamo però già anticipare che non esistono attenuanti per i protagonisti di questi episodi, perché le colpe evidenziate sono troppo palesi, inconfutabili. Il mito degli «italiani brava gente», che ha coperto tante infamie, e anche queste che esporremo, appare in realtà, all’esame dei fatti, un artificio fragile, ipocrita. Non ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico. Esso è stato arbitrariamente e furbescamente usato per oltre un secolo e ancor oggi ha i suoi cultori, ma la verità è che gli italiani, in talune circostanze, si sono comportati nella maniera più brutale, esattamente come altri popoli in analoghe situazioni. Perciò non hanno diritto ad alcuna clemenza, tantomeno all’autoassoluzione.”
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (2005)

Sommario
Premessa
1. Fare gli italiani
2. La guerra al “brigantaggio” .
3. L’inferno di Nocra
4. In Cina contro i boxer
5. Sciara Sciat: stragi e deportazioni
6. Le colpe di Cadorna
7. Gli schiavi dell’Uebi Scebeli
8. Soluch come Auschwitz
9. Una pioggia di iprite
10. Debrà Libanòs: una soluzione finale
11. Slovenia: un tentativo di bonifica etnica
12. La resa dei conti
13. Tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti

Qui il file del libro:
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente

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Germà Bel, privatizzazione nazista

“Anche se la letteratura economica moderna di solito non ne tiene conto, il governo nazista nella Germania del 1930 si impegnò nella privatizzazione su scala politica. Il governo mise in vendita la proprietà pubblica di diverse aziende statali in diversi settori. Inoltre, l’erogazione di alcuni servizi pubblici precedentemente prodotti dal settore pubblico venne trasferita al settore privato, soprattutto alle organizzazioni in seno al partito nazista.
Le motivazioni ideologiche non spiegano la privatizzazione nazista. Tuttavia, le motivazioni politiche furono importanti. Il governo nazista potrebbe aver utilizzato la privatizzazione come strumento per migliorare il suo rapporto con i grandi industriali e per aumentare il sostegno presso questo gruppo per le sue politiche. La privatizzazione fu anche probabilmente utilizzata per promuovere in modo più ampio il sostegno politico per il partito. Infine, le motivazioni finanziarie svolsero un ruolo centrale nella privatizzazione nazista.
I ricavi della privatizzazione nel 1934-37 ebbero un rilevante significato fiscale: non meno del 1,37% delle entrate fiscali totali furono ottenute dalla vendita di azioni di imprese pubbliche. Inoltre, il governo evitò un’enorme spesa nel bilancio, utilizzando strumenti fuori bilancio per finanziare i servizi pubblici concessi in franchising alle organizzazioni naziste.
La politica economica nazista a metà degli anni Trenta andò contro il mainstream in diverse dimensioni. L’enorme incremento dei programmi di spesa pubblica fu unico, così come l’aumento dei programmi di armamento insieme a una grande riduzione del bilancio. Politiche eccezionali furono messe in atto per finanziare tali spese eccezionali e la privatizzazione fu solo una di esse. La Germania nazista privatizzò in modo sistematico e fu l’unico paese a farlo in quel momento. Questo spinse la politica nazista contro il mainstream, che continuò ad andare in senso contrario alla privatizzazione della proprietà statale o dei servizi pubblici fino all’ultimo quarto del XX secolo.”
Germà Bel, Controcorrente: La privatizzazione nazista nella Germania degli anni ‘30 (2014)
Traduzione di Guido Fontana Ros per Noicomunisti

Qui il testo integrale:
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Qui la versione originale:
Germà Bel

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Till Ulenspiegel

“Il fatto che esistano funzioni biologiche fondamentali dell’animale uomo, che non hanno nulla a che fare con la stratificazione economica classista, che si intersecano e si incrociano, veniva dimostrato per la prima volta nella repressione della naturale vita amorosa dei bambini e degli adolescenti. La repressione della vita amorosa non riguarda soltanto tutti gli strati e tutte le classi di ogni società patriarcale; questa repressione anzi è proprio più accentuata nelle classi dominanti che in quelle dominate. La sessuo-economia riuscì persino a dimostrare che gran parte del sadismo di cui si serve una classe dominante per reprimere e sfruttare altre classi va sostanzialmente attribuito al sadismo che nasce dalla sessualità repressa. Il nesso fra sadismo, sessuo-repressione e repressione di classe è descritto perfettamente nel famoso “Till Ulenspiegel” di De Coster.”
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo.

Esergo ad “Ascolta, piccolo uomo”
till

foucault

Michel Foucault, introduzione alla vita non-fascista

Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere? Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.

Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.

Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.

Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.

Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.

Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.

Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.

Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.

Non innamorarsi del potere.

Michel Foucault, Prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari,  Antiedipo (1972)

 

Da Pesce Babele

 

fasciocapitalismo

Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager

“Questo intervento (…) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.
Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione. Secondo Giorgio Cremaschi – dirigente dell’unica sigla sindacale che ha rifiutato di firmare l’accordo, la Fiom –, gli eventi di Mirafiori (e prima ancora di Pomigliano) non trovano alcun precedente storico che li eguagli per gravità, a meno di risalire fino all’accordo del 2 ottobre 1925 sottoscritto a Palazzo Vidoni da Mussolini, padronato industriale e sindacati fascisti e corporativi. Quell’accordo sanciva la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei fiduciari nominati dai sindacati firmatari. Ieri come oggi: fine della democrazia in fabbrica e rappresentanza concessa ai soli sindacati collaborativi.”
Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager, “aut aut”,350, 2011

Qui il testo completo:
fascismo manager

Oppure qui:
fascismo manager

Ascoltate quello che dice Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, dal minuto 42.20: Starace
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”

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psicologia politica del fascismo

“L’esperienza della propaganda di massa fascista confermò passo a passo le asserzioni di quella giovane disciplina che era la psicologia politica. Riassumiamo in breve:

  1. Bisogna distinguere nettamente tra processi obiettivi di una società ed esperienze soggettive di tali processi. Entrambi hanno le proprie leggi e le proprie fonti di energia.
  2. I capi sono sempre l’espressione di una volontà di massa, quindi il riflesso della struttura umana media. Essi pensano ed agiscono in modo contraddittorio, rispecchiando così esattamente le contraddizioni dell’uomo medio, la cui struttura è simultaneamente progressista e reazionaria. Questa struttura nasce all’interno della famiglia e sviluppa poi i suoi effetti anche nello Stato. Quindi i problemi della famiglia, cioé delle condizioni sessuali, sono più vecchi e più significativi da ogni punto di vista che quelli della tecnologia. Ciò è vero sebbene la trasformazione della struttura familiare sia pienamente dipendente dalla trasformazione del dominio tecnologico della natura da parte degli uomini.
  3. L’economia e l’ideologia non hanno tra loro un rapporto semplice e diretto. Può capitare che sia la prima a condizionare in modo fondamentale la seconda, ma può anche essere il contrario. Anzi, può succedere che nel loro sviluppo ognuna prenda una direzione opposta (divergenza).
  4. Da un punto di vista tecnico, la forza motrice della storia è energia vegetativa,che si esprime, nella vita pratica della gente, sotto forma di sensibilità sessuale e di desiderio di felicità. Queste espressioni sono soggette alle limitazioni delle condizioni politiche, sociali ed economiche.
  5. Se le espressioni bio-energetiche di una collettività superano i limiti imposti da tali condizioni, ne segue inevitabilmente una regressione, come è capitato in Russia. Nel fascismo, l’energia vitale delle masse regredì a un’abietta miseria spirituale e materiale, poiché esso non era conscio dei suoi stessi obiettivi e funzioni. In tal modo trova conferma un vecchio concetto, per cui una società può solo raggiungere quegli obiettivi che si è posta coscientemente e che è in grado di portare avanti nel quadro delle risorse disponibili all’interno della propria organizzazione sociale.
  6. Sebbene i conservatori e la reazione politica ignorassero i processi in avanti della società tedesca, tuttavia riuscirono assai brillantemente ad imbrigliare l’energia delle masse e a coivogliarla verso i propri interessi. Questo, e solo questo, è il “fascismo”. Ne consegue che il fascismo può solo venir vinto, guidando consapevolmente i medesimi processi che esso ha messo in moto.”

Wilhelm Reich, Individuo e Stato (1953)

cinni

Umberto Saba, parricidi&fratricidi

“Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.”
Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini (1946)