teschio

commentari al fascismo n°0: premessa

0.0. Lo scopo di questa pagina è introdurre ed invitare alla lettura del libro di Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo, di cui viene utilizzata l’edizione Einaudi-PBE, del 2002, traduzione di Furio Belfiore e Annelise Wolf .

0.1. Libro più citato che studiato, scritto a ridosso dell’avvento del nazismo in Germania (1933) e profondamente rielaborato, in occasione dell’edizione in lingua inglese, negli anni intorno alla fine della seconda guerra mondiale (1942-1946).
La pubblicazione del libro valse all’autore numerosi riconoscimenti, alcuni prevedibili altri decisamente funesti per chi li espresse ancor più di chi li subì:
– i nazisti mandarono il libro al rogo e costrinsero Reich all’esilio;
– la Società Internazionale di Psicoanalisi espulse Reich (che ne era uno dei massimi rappresentanti) diffamandolo in tutto il mondo come pazzo;
– il Partito Comunista Tedesco (KPD) espulse Reich e le sue opere vennero bandite in URSS con l’accusa di “freudianesimo“, ovvero di “idealismo piccolo-borghese“.
Tutte accuse, lo si capisce, oltremodo ingiuriose, che consegnarono l’opera a scaffali polverosi fino all’esplosione rivoluzionaria del ’68, quando il tema della liberazione sessuale attraversò i movimenti studenteschi e giovanili, senza trovare però più di tanto interesse nei teorici della “nuova sinistra”.

0.2. Oggi, l’interesse per Reich è confinato in ambienti “new-age”, che speculano con toni misticheggianti sulle intuizioni visionarie dei suoi ultimi anni (energia orgonica e sue sperimentazioni tecnologiche, superimposizione cosmica, ecc.) o in relativamente ristrette cerchie psicoterapeutiche e naturopatiche, per lo più condizionate dall’approccio “riduzionistico” di Alexander Lowen (a cui vanno comunque riconosciuti numerosi meriti nella diffusione e nella sperimentazione di validi strumenti terapeutici).

0.3. Rimane in ombra il valore politico e filosofico della ricerca di Reich, la cui attualità è tragicamente confermata dal riemergere di movimenti fascisti in tutto il mondo. In particolare, che simili movimenti riemergano con virulenza in paesi che appartenevano all’Unione Sovietica od erano suoi alleati, conferma l’analisi di Reich sul “fascismo rosso” e sulla necessità di arricchire il materialismo dialettico attraverso l’analisi critica delle ricerche scientifiche in ambito psicologico ed antropologico.

0.4. Accanto alle citazioni da Psicologia di massa del fascismo ed altri scritti di Reich, nella categoria “altri autori” sono compresi scritti su Reich e scritti sul fascismo di orientamento affine.
Le mie riflessioni sono raggruppate nella categoria “commentari al fascismo“.

Qui il testo:
wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo

Oppure qui:
https://unisafilosofiateoreticaonline.files.wordpress.com/2014/01/wilhelmreich_psicologiadimassadelfascismo.pdf

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delboca

Angelo Del Boca, Italiani, brava gente?

“Nel ripercorrere, in questo libro, la storia d’Italia dalla guerra al brigantaggio al secondo conflitto mondiale, prenderemo in esame alcuni episodi, particolarmente efferati, accaduti in Italia, in alcuni paesi europei occupati dalle forze dell’Asse e nelle colonie italiane d’oltremare, e ne illustreremo la dinamica nel preciso contesto storico. Possiamo però già anticipare che non esistono attenuanti per i protagonisti di questi episodi, perché le colpe evidenziate sono troppo palesi, inconfutabili. Il mito degli «italiani brava gente», che ha coperto tante infamie, e anche queste che esporremo, appare in realtà, all’esame dei fatti, un artificio fragile, ipocrita. Non ha alcun diritto di cittadinanza, alcun fondamento storico. Esso è stato arbitrariamente e furbescamente usato per oltre un secolo e ancor oggi ha i suoi cultori, ma la verità è che gli italiani, in talune circostanze, si sono comportati nella maniera più brutale, esattamente come altri popoli in analoghe situazioni. Perciò non hanno diritto ad alcuna clemenza, tantomeno all’autoassoluzione.”
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? (2005)

Sommario
Premessa
1. Fare gli italiani
2. La guerra al “brigantaggio” .
3. L’inferno di Nocra
4. In Cina contro i boxer
5. Sciara Sciat: stragi e deportazioni
6. Le colpe di Cadorna
7. Gli schiavi dell’Uebi Scebeli
8. Soluch come Auschwitz
9. Una pioggia di iprite
10. Debrà Libanòs: una soluzione finale
11. Slovenia: un tentativo di bonifica etnica
12. La resa dei conti
13. Tutti ricchi, tutti felici, tutti anticomunisti

Qui il file del libro:
Angelo Del Boca, Italiani, brava gente

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Germà Bel, privatizzazione nazista

“Anche se la letteratura economica moderna di solito non ne tiene conto, il governo nazista nella Germania del 1930 si impegnò nella privatizzazione su scala politica. Il governo mise in vendita la proprietà pubblica di diverse aziende statali in diversi settori. Inoltre, l’erogazione di alcuni servizi pubblici precedentemente prodotti dal settore pubblico venne trasferita al settore privato, soprattutto alle organizzazioni in seno al partito nazista.
Le motivazioni ideologiche non spiegano la privatizzazione nazista. Tuttavia, le motivazioni politiche furono importanti. Il governo nazista potrebbe aver utilizzato la privatizzazione come strumento per migliorare il suo rapporto con i grandi industriali e per aumentare il sostegno presso questo gruppo per le sue politiche. La privatizzazione fu anche probabilmente utilizzata per promuovere in modo più ampio il sostegno politico per il partito. Infine, le motivazioni finanziarie svolsero un ruolo centrale nella privatizzazione nazista.
I ricavi della privatizzazione nel 1934-37 ebbero un rilevante significato fiscale: non meno del 1,37% delle entrate fiscali totali furono ottenute dalla vendita di azioni di imprese pubbliche. Inoltre, il governo evitò un’enorme spesa nel bilancio, utilizzando strumenti fuori bilancio per finanziare i servizi pubblici concessi in franchising alle organizzazioni naziste.
La politica economica nazista a metà degli anni Trenta andò contro il mainstream in diverse dimensioni. L’enorme incremento dei programmi di spesa pubblica fu unico, così come l’aumento dei programmi di armamento insieme a una grande riduzione del bilancio. Politiche eccezionali furono messe in atto per finanziare tali spese eccezionali e la privatizzazione fu solo una di esse. La Germania nazista privatizzò in modo sistematico e fu l’unico paese a farlo in quel momento. Questo spinse la politica nazista contro il mainstream, che continuò ad andare in senso contrario alla privatizzazione della proprietà statale o dei servizi pubblici fino all’ultimo quarto del XX secolo.”
Germà Bel, Controcorrente: La privatizzazione nazista nella Germania degli anni ‘30 (2014)
Traduzione di Guido Fontana Ros per Noicomunisti

Qui il testo integrale:
Privatizzazione_Germania_nazista

Qui la versione originale:
Germà Bel

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Till Ulenspiegel

“Il fatto che esistano funzioni biologiche fondamentali dell’animale uomo, che non hanno nulla a che fare con la stratificazione economica classista, che si intersecano e si incrociano, veniva dimostrato per la prima volta nella repressione della naturale vita amorosa dei bambini e degli adolescenti. La repressione della vita amorosa non riguarda soltanto tutti gli strati e tutte le classi di ogni società patriarcale; questa repressione anzi è proprio più accentuata nelle classi dominanti che in quelle dominate. La sessuo-economia riuscì persino a dimostrare che gran parte del sadismo di cui si serve una classe dominante per reprimere e sfruttare altre classi va sostanzialmente attribuito al sadismo che nasce dalla sessualità repressa. Il nesso fra sadismo, sessuo-repressione e repressione di classe è descritto perfettamente nel famoso “Till Ulenspiegel” di De Coster.”
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo.

Esergo ad “Ascolta, piccolo uomo”
till

foucault

Michel Foucault, introduzione alla vita non-fascista

Come fare per non diventare fascisti anche se (soprattutto se) si crede di essere militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri sentimenti e i nostri piaceri dal fascismo? Come snidare il fascismo rintanato nel nostro carattere? Azione politica libera da qualsiasi paranoia totalizzante e unitaria.

Sviluppo di azioni, pensieri e desideri mediante proliferazione, giustapposizione, disgiunzione, e non per suddivisione e gerarchizzazione piramidale.

Non fidarsi più delle vecchie categorizzazioni del Negativo (legge, limite, castrazione, carenza, lacuna), per troppo tempo sacralizzate dal pensiero occidentale come forma di potere e accesso alla realtà. Preferire ciò che è positivo e molteplice, la differenza all’uniformità, i flussi all’unità, le disposizioni mobili ai sistemi. Credere che ciò che è produttivo è nomadico e non sedentario.

Non credere che occorra essere tristi per essere militanti, per quanto sia abominevole ciò che si combatte. E’ la connessione del desiderio con la realtà (e non la sua fuga nella forma della rappresentazione) che possiede forza rivoluzionaria.

Non usare il pensiero per fondare una pratica politica sulla Verità, né l’azione politica per screditare – in forma meramente speculativa – una linea di pensiero.

Usare la pratica politica come un intensificatore del pensiero, e l’analisi come un moltiplicatore delle forme e degli ambiti d’intervento dell’azione politica.

Non chiedere alla politica il ripristino dei “diritti individuali”, come sono stati definiti dalla filosofia. L’individualità è un prodotto del potere. Ciò che occorre è “de-individualizzarsi”, con la moltiplicazione e la dislocazione, in combinazioni diverse.

Il gruppo non dev’essere un legame organico che unisce individui gerarchizzati, ma un costante generatore di”de-individualizzazione”.

Non innamorarsi del potere.

Michel Foucault, Prefazione all’edizione americana del 1977 di Deleuze, Guattari,  Antiedipo (1972)

 

Da Pesce Babele

 

fasciocapitalismo

Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager

“Questo intervento (…) ammette come ipotesi che esista un elemento di fascismo che circola oggi nei luoghi di lavoro. Ipotesi difficile da confermare – sembrerebbe – in tempi in cui la valorizzazione del fattore “umano” è uno dei ritornelli delle teorie e delle pratiche concernenti l’economia aziendale e l’organizzazione di impresa. “Umane” sono le risorse, “umano” è il capitale. Di più, il lavoratore è una “persona” il cui “sviluppo” è decisivo per il successo dell’impresa. Le organizzazioni appiattiscono le proprie gerarchie, le relazioni di lavoro si fanno sempre più informali, il clima è friendly. Il capo è un leader, il manager è un coach che aiuta le persone a esprimere pienamente il proprio “potenziale”. L’impresa ha una mission e una responsabilità sociale, una vision e una carta etica. In libreria, i bestseller manageriali sono esposti accanto ai libri di psicologia e pedagogia, e i corsi universitari di gestione delle risorse umane popolano le facoltà di scienze della formazione. Persino la filosofia, in forma di consulenza, fa capolino nelle stanze del business. A cercare orbace e manganello – o almeno lo sguardo torvo di un capo autoritario à la Valletta – nei luoghi di lavoro, oggi, si finisce per trovare un pullover molto casual e delle slides di Powerpoint. E un team leader sorridente che ti regala un feedback sulla tua performance.
Eppure, molto recentemente, dei collegamenti analogici sono stati fatti – e non senza ragioni – fra il lavoro sotto il comando del Duce e il lavoro senza padre né padrone – così parrebbe – di oggi. Per esempio, la recente vicenda dell’accordo imposto dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne ai lavoratori delle carrozzerie di Mirafiori ha suscitato commenti in cui è stato esplicitamente evocato lo spettro del fascismo: un accordo che interviene in maniera pesantemente peggiorativa sulle condizioni di lavoro e contemporaneamente esclude dalla rappresentanza sindacale le organizzazioni che non lo firmano è una chiara manifestazione di “fascismo aziendale”. Tanto più che il cosiddetto accordo viene “presentato” sotto forma di ricatto (travestito da referendum): o si dice di sì alle condizioni dettate dall’azienda o la dura lotta per la sopravvivenza nel mercato globalizzato costringerà il management a trasferire altrove la produzione. Secondo Giorgio Cremaschi – dirigente dell’unica sigla sindacale che ha rifiutato di firmare l’accordo, la Fiom –, gli eventi di Mirafiori (e prima ancora di Pomigliano) non trovano alcun precedente storico che li eguagli per gravità, a meno di risalire fino all’accordo del 2 ottobre 1925 sottoscritto a Palazzo Vidoni da Mussolini, padronato industriale e sindacati fascisti e corporativi. Quell’accordo sanciva la fine delle commissioni interne aziendali elette dai lavoratori e il passaggio al regime dei fiduciari nominati dai sindacati firmatari. Ieri come oggi: fine della democrazia in fabbrica e rappresentanza concessa ai soli sindacati collaborativi.”
Massimiliano Nicoli, Il fascismo del manager, “aut aut”,350, 2011

Qui il testo completo:
fascismo manager

Oppure qui:
fascismo manager

Ascoltate quello che dice Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, dal minuto 42.20: Starace
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”

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psicologia politica del fascismo

“L’esperienza della propaganda di massa fascista confermò passo a passo le asserzioni di quella giovane disciplina che era la psicologia politica. Riassumiamo in breve:

  1. Bisogna distinguere nettamente tra processi obiettivi di una società ed esperienze soggettive di tali processi. Entrambi hanno le proprie leggi e le proprie fonti di energia.
  2. I capi sono sempre l’espressione di una volontà di massa, quindi il riflesso della struttura umana media. Essi pensano ed agiscono in modo contraddittorio, rispecchiando così esattamente le contraddizioni dell’uomo medio, la cui struttura è simultaneamente progressista e reazionaria. Questa struttura nasce all’interno della famiglia e sviluppa poi i suoi effetti anche nello Stato. Quindi i problemi della famiglia, cioé delle condizioni sessuali, sono più vecchi e più significativi da ogni punto di vista che quelli della tecnologia. Ciò è vero sebbene la trasformazione della struttura familiare sia pienamente dipendente dalla trasformazione del dominio tecnologico della natura da parte degli uomini.
  3. L’economia e l’ideologia non hanno tra loro un rapporto semplice e diretto. Può capitare che sia la prima a condizionare in modo fondamentale la seconda, ma può anche essere il contrario. Anzi, può succedere che nel loro sviluppo ognuna prenda una direzione opposta (divergenza).
  4. Da un punto di vista tecnico, la forza motrice della storia è energia vegetativa,che si esprime, nella vita pratica della gente, sotto forma di sensibilità sessuale e di desiderio di felicità. Queste espressioni sono soggette alle limitazioni delle condizioni politiche, sociali ed economiche.
  5. Se le espressioni bio-energetiche di una collettività superano i limiti imposti da tali condizioni, ne segue inevitabilmente una regressione, come è capitato in Russia. Nel fascismo, l’energia vitale delle masse regredì a un’abietta miseria spirituale e materiale, poiché esso non era conscio dei suoi stessi obiettivi e funzioni. In tal modo trova conferma un vecchio concetto, per cui una società può solo raggiungere quegli obiettivi che si è posta coscientemente e che è in grado di portare avanti nel quadro delle risorse disponibili all’interno della propria organizzazione sociale.
  6. Sebbene i conservatori e la reazione politica ignorassero i processi in avanti della società tedesca, tuttavia riuscirono assai brillantemente ad imbrigliare l’energia delle masse e a coivogliarla verso i propri interessi. Questo, e solo questo, è il “fascismo”. Ne consegue che il fascismo può solo venir vinto, guidando consapevolmente i medesimi processi che esso ha messo in moto.”

Wilhelm Reich, Individuo e Stato (1953)

cinni

Umberto Saba, parricidi&fratricidi

“Vi siete mai chiesti perché l’Italia non ha avuto, in tutta la sua storia – da Roma ad oggi – una sola vera rivoluzione? La risposta – chiave che apre molte porte – è forse la storia d’Italia in poche righe.
Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani. “Combatteremo – fece stampare quest’ultimo in un suo manifesto – fratelli contro fratelli”. Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che – diventato chiaro a se stesso – finalmente si sfoghi. Gli italiani sono l’unico popolo, credo, che abbiano, alla base della loro storia, o della loro leggenda, un fratricidio. Ed è solo col parricidio, con l’uccisione del vecchio, che si inizia una rivoluzione.
Gli italiani vogliono darsi al padre, ed avere da lui, in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli.”
Umberto Saba, Scorciatoie e raccontini (1946)

 

piopozzi

Un frate tanto fascista da diventare santo

 

“San Giovanni Rotondo, paesello del forte e dimenticato Gargano è noto in Italia per i voluti miracoli di Padre pio, miracoli che hanno formato la fortuna di parecchi speculatori”.
Le parole che abbiamo riferito non sono state scritte in questi giorni dai corrispondenti scesi a S. Giovanni Rotondo a descrivere la mesta e solitaria Pasqua del padre di Pietrelcina, estromesso, per intervento del Vaticano, dalle funzioni della Settimana Santa, dopo che la sua attività di mistico taumaturgo ha suscitato sospetti e diffidenze persino nelle gerarchie ecclesiastiche. Queste parole sono l’inizio di una corrispondenza apparsa sull’Avanti! quarantuno anni fa, esattamente il 20 ottobre 1920, per un’occasione che non ha nulla a che vedere con le inchieste di oggi sugli episodi di fanatismo religioso e sulle losche speculazioni che superstizione e ingenuità hanno alimentato.
Il titolo della corrispondenza era infatti: “Il massacro di San Giovanni Rotondo”. Il massacro era avvenuto sei giorni prima, il 6 ottobre, e fu uno dei tanti che insanguinarono l’Italia nel periodo che va sotto il nome di biennio rosso, allonché più violenta si scatenò l’aggresssione degli squadristi di ogni risma, fratelli della polizia e della guardia regia contro i lavoratori e le loro organizzazioni. Il legame tra Padre Pio e il sanguinoso episodio non si limita alla circostanza che il fatto avvenne nello stesso luogo dove già allora egli si era acquistato fama di artefiche di miracoli più o meno “voluti”. A quell’epoca Padre Pio non era il mistico contemplativo, spargitore di grazie, che conosciamo oggi. Era anche questo, ma sebbene provato, riferiscono intempestivi agiografi – dalle notturne lotte col demonio “da cui riportava i segni visibili sul corpo”, il trentaquattrenne cappuccino conservava forza bastante per dedicarsi ad altro genere di lotte.
E le lotte di quel tempo si combattevano nel modo che tutti sanno, ma Padre Pio non era uomo da tirarsi indietro. Egli aveva dato dimostrazione della sua energia fin dal primo momento che mise piede a San Giovanni Rotondo. Le cose nel paesello non andavano troppo bene. Le chiese erano poco frequentate, le osterie, invece, rigurgitavano, a quanto pare, di avvinazzati bestemmiatori. L’arivo del frate bastò a modificare la situazione: le osterie si fecero deserte, le chiese si ripopolarono. Afferma una biografia che “sparì la bestemmia, risanarono le famiglie, si placarono gli odi e cessarono le contese”. L’effetto di tutto ciò, racconta sempre la biografia dello stigmatizzato di San Giovanni, fu che “gli avvocati non avevano più nulla da fare”. Ma la quiete non fu di lunga durata se di lì a qualche anno, cioè nel 1920, il frate di Pietrelcina si trovò a fronteggiare una situazione esetremamente grave, dalla quale il 14 ottobre di quell’anno scaturì il massacro di cui parlava il nostro giornale, un eccidio in cui si ebbero 11 morti e ottanta feriti.
Quale fu la parte di Padre Pio e dei suoi frati in quell’episodio e negli eventi che lo precedettero? I fatti si possono ricostruire dalla cronaca che ne dette L’Avanti nel suo numero del 20 ottobre 1920, e dagli atti parlamentari relativi alla discussione che si svolse alla Camera il 5 dicembre dello stesso anno sul tragico episodio.
Nel 1920 si stava procedendo in tutta Italia alle elezioni amministrative che segnavano un notevole successo dei socialisti. Si doveva votare anche a San Giovanni Rotondo che era retto da un commissario prefettizio, un certo Carmelo Romano, un individuo su cui pendeva anche un processo per violenza carnale. Per il timore di una vittoria socialista, si tentò di rinviare le elezioni, si verificarono diversi episodi di violenza e di intimidazione, ma infine la popolazione di San Giovanni Rotondo andò alle urne. Il blocco conservatore agrario che si esprimeva nei cosiddetti libero-popolari fu sconfitto: i socialisti ebbero la maggioranza col 1069 dei voti contro 850. Per il rinvio delle elezioni si era mosso quello che il deputato socialista Mucci nella discussione alla Camera, chiamò blocco o fascio d’ordine, che, precisò, “andava dai combattenti patriottici a Padre Pio e agli arditi neri”. In questo modo il nome del taumaturgo fu direttamente legato se non all’episodio del massacro ai suoi antefatti, alle cause che lo determinarono e ai gruppi che lo provocarono. Il clero del luogo si era dato un gran daffare per favorire nella campagna elettorale il blocco conservatore e nazionalista ma il suo intervento non era valso a mutare l’esito della consultazione. Essendosi mossi “preti e frati che in quel paese abbondano” – come si legge nel vecchio numero del nostro giornale – è difficile credere che Padre Pio non se ne era stato con le mani in mano. I socialisti, a suo giudizio, dovevano minacciare il prezioso lavoro di bonifica delle osterie che, a quanto affermano i suoi biografi, egli aveva felicemente compiuto. E’ certo comunque, perché l’affermazione di Mucci non viene contestata dal sottosegretario agli Interni Corradini, che Padre Pio era un personaggio di rilievo nel “fascio d’ordine” che tentò dapprima di opporsi alle elezioni e che poi cercò di impedire ai socialisti di prendere possesso del Comune. Nel blocco o fascio d’ordine denunciato da Mucci si collocava un gruppo del tutto nuovo che si intitolava “Arditi di Cristo” e aveva per emblema un gagliardetto nero con lo stemma pontificio. Era dunque in buona compagnia Padre Pio, anche ammettendo che non fosse tra gli ispiratori di questi squallidi provocatori. Da essi venne infatti la provocazione che dette il via alla sparatoria. Il 14 ottobre un corteo popolare percorse lle vie di San Giovanni Rotondo per accompagnare gli amministratori socialisti che si insediavano nel comune. Ma davanti alle porte del municipio il corteo fu fermato dai carabinieri. Il commissario Pevere che ridigeva il servizio d’ordine si opponeva che i socialisti nel prendere possesso del municipio esponessero la bandiera rossa dal balcone dell’edificio, perché, diceva, sarebbe stata un’offesa alla patria e alla bandiera nazionale. Gli “arditi” erano decisi anch’essi a impedire l’esposizione della bandiera rossa. Da essi partirono oltraggi e insulti ai dimostranti. Cominciarono così i tafferugli: simultaneamente dal balcone del municipio, i carabinieri aprirono il fuoco sulla folla. Si parlò anche del alncio di una bomba che però venne attribuito non alla forza pubblica ma agli “arditi”.
Qualcuno pensa, non senza una certa verosimiglianza, che l’oblio in cui cadde Padre Pio fino al 1933 andasse spiegato col fatto che il suo nome era stato mescolato a un episodio così tragico del periodo di violenze che precedette l’avvento del fascismo. Ora Padre Pio sta rientrando nell’ombra una seconda volta, per ragioni diverse: i fatti di oggi, la vicenda che abbiamo rievocato confermano che la sua attività, la sua fama, quello che si è chiamato il suo mito, hanno poco da vedere con la semplice fede di devoti, che spesso, attraverso la persona del taumaturgo, ha finito per dare alimento a quella situazione su cui il Vaticano ha deciso di intervenire.
Giancarlo Smidile, Nel massacro di S. G. Rotondo Padre Pio fu con gli arditi neri, “Avanti!” (2 aprile 1961).

Per un approfondimento sulla figura del frate fascista, si possono consultare:

Sergio Luzzatto, Padre Pio. Miracoli e politica nell’Italia del Novecento, Einaudi (2007)
luzzatto
Qui una recensione:
Luzzatto
oppure qui:
Luzzatto

Mario Guarino, Santo impostore, Kaos (1999, 2002)
guarino
Qui una recensione:
Guarino

profughi

Primo Levi, Se questo è un uomo

Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
Primo Levi, Se questo è un uomo (1947)

 

Qui il testo completo:
levi_se_questo_e_un_uomo

Oppure qui:
se questo è un uomo

medaglie

medaglie

“Il fascista è il sergente del gigantesco esercito della nostra civiltà profondamente malata e altamente industrializzata. Non si può far vedere impunemente all’uomo comune il grande tam tam dell’alta politica: il piccolo sergente ha superato il generale imperialista in tutto: nella musica di marcia, nel passo dell’oca, nel comandare e nell’obbedire, nella mortale paura di dover pensare, nella diplomazia, nella strategia e nella tattica, nelle divise e nelle parate, nelle decorazioni e nelle medaglie. Un uomo come l’imperatore Guglielmo si rivelò in tutte queste cose un miserabile dilettante rispetto a Hitler figlio di un funzionario e morto di fame.
Quando un generale “proletario” si copre il petto da ambo le parti con medaglie, e perché no, dalla gola fino all’ombelico, dimostra cosí al piccolo uomo comune che non intende essere da meno del “vero” e grande generale.”
Wilhelm Reich, Psicologia di massa del fascismo